Beppe (29-06-2006)
Beppe sbuffò, cercando di sistemare meglio il suo pesante fondoschiena sul sedile della sedia, troppo piccolo ormai per contenere le conseguenze della sua inattività forzata.
Niente da fare.
Lui odiava i treni.
Li odiava già da prima, quando ancora era costretto, per lavoro o per vacanza, a prenderli, quando non era ancora in grado di permettersi l’aereo; e li odiava ancora di più ora, che era costretto a farsi trasportare anche solo per salirvi.
Ma “questo”, poi!
“Questo” non aveva davvero termini di paragone.
Non c’erano aggettivi per descrivere il disgusto che provava di fronte a quella marmaglia di variegata umanità che gemeva speranzosa nei vagoni, lungo i corridoi, perfino nei cessi, campionario completo dell’indifferenza di quel Dio in cui tutti, nessuno escluso, confidavano e che non avrebbe invece potuto trovare modo più esplicito per manifestare il suo assoluto disinteresse per quelle piccole creature di cui si arrogava il diritto di essere creatore.
Ciechi, sordi, muti, paralitici, cerebrolesi, malati terminali, malati di sclerosi multipla, macrocefali, malati di spina bifida, tetraplegici, narcolettici, depressi cronici, tutto quanto, o quasi, era possibile trovare nell’elenco delle malattie ufficialmente riconosciute dall’OMS era rappresentato in quella lunga serie di vagoni, come un gigantesco j’accuse semovente che puntava il dito contro un Dio che si dice buono e misericordioso ma che quell’elenco non l’accorcia mai.
Cristo Santo, ma com’era stato possibile, come aveva potuto accettare questo, come aveva potuto farsi incastrare così?
Lui, il campione del pragmatismo, della razionalità, del cinismo! Che diavolo ci faceva su un treno diretto a Lourdes?
Sbuffò nuovamente, cercando istintivamente, come prima, di sistemarsi meglio sul sedile della sedia a rotelle che da due anni ormai era le sue gambe, le sue braccia, il suo scheletro; e come prima, e sempre negli ultimi due anni, il suo corpo si rifiutò, ovviamente, di obbedire. E’ incredibile come il cervello sia restio ad accettare l’evidenza del corpo anche tempo dopo che questa si è manifestata. Tetraplegia, nel suo caso.
Stizzito, si voltò verso sinistra e fissò la risposta alla sua domanda.
Sul sedile accanto a lui, Irma, sua sorella, sonnecchiava con il capo appoggiato al finestrino.
Beppe ne seguì il profilo, imbronciato anche nel sonno, con la piccola fossetta lasciata sulla punta del naso dalla varicella, le guance leggermente paffute e con un lieve ricordo di lentiggini che la facevano sembrare una ragazzina anche a trentatré anni e le viscere gli si contorsero in un moto di tenerezza.
Avrebbe avuto bisogno di svegliarla, ora.
Le mutande, incastratesi tra i glutei, lo fasciavano troppo stretto sopra i testicoli, come bende sui piedi di una geisha, e la posizione del busto, modificatasi per le scosse del treno, cominciava a provocargli delle fitte fastidiose all’altezza dei fianchi.
Ma non aveva il coraggio di chiamarla.
Dormiva così bene.
Per la prima volta, da parecchi mesi, sembrava finalmente serena.
Stringendo i denti, deciso a sopportare ancora un po’ il fastidio, Beppe pensò a quanto fossero simili eppure così diversi, lui e Irma, quasi agli antipodi.
Certo, come lui, anche lei era intelligente e molto colta. Come lui, amava viaggiare, leggere, conoscere il mondo. Lavorava in una grande multinazionale, navigava e chattava in internet, viveva da sola in un appartamento in centro. Era, in tutto e per tutto, una donna moderna, emancipata, “con le palle” avrebbero detto alcuni.
Eppure, tutto questo non le aveva impedito di continuare ad essere una credente convinta e devota, fermamente votata a “vivere”, non solo a proclamare, quella fede che, da sempre, era il fulcro su cui ruotava la sua intera esistenza.
Lui, al contrario, nell’intelligenza, nella cultura, nella conoscenza del mondo che lo circondava, aveva solo trovato terreno fertile per coltivare il seme di quel dubbio di fede che, legittimo in ciascuno, in lui si era via via ingigantito, alimentato da una razionalità che gli apparteneva non meno di quanto lui appartenesse alla specie dei mammiferi, trasformandosi prima in incertezza, poi in sfiducia ed infine in un pragmatico agnosticismo.
Ma questo non gli aveva consentito di rifiutare a sua sorella quello che da un anno, senza sosta, lei gli chiedeva. Lo chiedeva con leggerezza, senza essere troppo angosciante, a volte in modo quasi spensierato. Eppure, al tempo stesso c’erano in lei una solidità ed una determinazione che lo lasciavano sconcertato.
“Non ti chiedo di farlo per te, non ti chiedo di crederci” gli diceva “Ti chiedo solo di farlo. Per me. Non c’è bisogno che tu creda o che preghi, quello posso farlo io per entrambi. Ma non posso andare al tuo posto. Per quello ho bisogno di te”.
Avevano discusso, ragionato, pianto, litigato.
Aveva cercato di spiegargli che non poteva accettare qualcosa che andava esattamente contro le sue convinzioni, ciò in cui credeva, la sua stessa natura; aveva tentato di spiegarle che non c’era niente di personale in questo, nessuna pretesa di giudicare.
Ma non era servito a nulla.
Alla fine, dopo un anno, aveva ceduto.
Perché Beppe adorava sua sorella. Era l’unica persona al mondo che amava davvero, forse l’unica che avesse mai amato in vita sua, e per lei, per lei soltanto, avrebbe fatto qualunque cosa, affrontato qualunque rinuncia o sacrificio.
Persino farsi mettere su un treno diretto a Lourdes.
Questo, però, non significava che dovesse piacergli.
Non poteva evitare di provare disgusto di fronte a quell’orda di carne sudata, di afflati pestilenziali, di labbra bavose, di gemiti osceni. La puzza di vecchio era ovunque, aleggiava come nebbia su una palude e, peggio di quella, la puzza del dolore o, a volte, della morte.
Il disgusto, però, era solo l’ombra di quello che realmente suscitava in lui quella massa di umanità.
Quello che provava davvero era pietà.
E rabbia.
Rabbia e pietà.
Pietà per quella massa di gente ignorante, disposta ad affrontare disagi ed umiliazioni superiori alle loro forze nella flebile speranza che un tuffo in una specie di piscina, dove una ragazzina un tempo ha detto di aver avuto una visione, potesse riparare i loro midolli, far ricrescere le loro sinapsi, rigenerare le loro cornee.
Quella gente che ignorava che, delle centinaia di migliaia di pellegrini che ogni anno si recano a Lourdes, nessuno si è mai alzato in piedi d’improvviso da una sedia a rotelle; che ignorava che i miracoli ufficialmente riconosciuti in 150 anni dalla chiesa, le cosiddette “guarigioni inspiegabili”, sono meno di una settantina su oltre venti milioni di malati portati li; che la percentuale di queste guarigioni è cento volte più bassa di quella che si registra in media negli ospedali di tutto il mondo. La maggior parte di quella gente non sapeva, perché non ne aveva il modo, tutto questo e molto altro.
Ma questa era solo una parte del tutto.
Perché a Lourdes si stima si siano recati almeno trecento milioni di pellegrini nel corso del tempo: e tra questi, non fosse altro che per una questione statistica, non si può certo pensare che ci fossero solo ignoranti. E per Beppe, l’ignoranza non era non sapere, ma non avere modo di sapere. Quando il non sapere diventava una scelta, diventava inerzia della mente e della volontà, allora non si poteva più parlare d’ignoranza: allora la sua pietà diventava rabbia.
Quella rabbia che Beppe provava, appunto, per tutti quelli che, scientemente o inconsapevolmente, avevano deciso di non sapere o, peggio, d’ignorare.
Ignorare la realtà scientifica, fatta di materia, di cellule, molecole, atomi, elettroni, quark, gluoni: ignorare come tutta questa realtà, fino alla più infinitesimale delle sue componenti sia soggetta a leggi, a forze fondamentali, che sono immutabili e dalle quali non si può prescindere, non in questo universo almeno.
Per quella gente, l’evidenza scientifica, sperimentale o statistica, diventava soltanto espressione dell’orgoglio di coloro che, nella loro ricerca del sapere non accettano di non potere essere uguali a Dio. Per quella gente, l’effetto placebo, il controllo in doppio cieco, la significatività statistica di un evento, erano solo parole incomprensibili di cui si riempiono la bocca coloro che non riescono ad ammettere la propria piccolezza di fronte a Dio.
L’unica cosa che contava, per loro, era abbandonarsi a quel desiderio, innato certo, ma non per questo meno devastante, di trovare una risposta che non sia il caso, di dare a quella risposta un volto non umano, e di affidare a quel volto la responsabilità di quella risposta, che non avevano la forza o coraggio di cercare in se stessi.
Per loro, Beppe provava soltanto rabbia.
Rabbia e disprezzo.
Troppo comodo affidarsi ad un Dio solo perché ne hai bisogno, dimenticando tutto il resto. Dimenticando che per credere non basta soltanto credere che Lui esista. Ma devi anche accettare tutto il resto.
Devi accettare che tutto quello che di Lui ci hanno detto e scritto - e che degli uomini hanno deciso essere vero o apocrifo a seconda dei casi - sia realmente vero.
Che quel Dio ci ha creato.
Che ci ha creato a sua immagine e somiglianza.
Che dopo averci creati è venuto tra noi e si è fatto uomo.
Che quell’uomo era di carne e sangue.
Che è morto e poi è resuscitato.
Che tutto questo l’ha fatto per redimerci dei nostri peccati.
Ma, soprattutto, che l’ha fatto esattamente per “noi”.
Noi.
Che siamo meno di un battito di ciglia nell’evoluzione della vita su questo pianeta.
Che si trova in uno dei nonsisannoquanti sistemi solari di una ammasso di stelle
Che fa parte di nonsisaquanti ammassi di stelle di una galassia.
Che è solo una delle nonsisaquante galassie del nostro universo
Un universo che non riusciamo neanche lontanamente a stimare quanto sia grande.
Un universo che, oltretutto, non siamo neanche certi essere l’unico.
No, troppo comodo.
Beppe poteva accettare l’ignoranza ed averne pietà, ma non la scelta d’ignorare.
Non poteva, perché lui aveva tentato, aveva tentato di credere e di capire: e ora sapeva che si può solo fallire.
Mentre il treno lo cullava ed il rumore teneva lontani i gemiti che lo circondavano, ripensò ai giorni della sua ricerca.
Quante notti aveva trascorso sveglio, a leggere, ad informarsi, per cercare un appiglio, uno solo, che lasciasse alla sua onestà intellettuale un barlume di speranza, una sincera possibilità di dubbio? Quanto tempo aveva passato in chiesa, inginocchiato sul duro legno di una panca, a cercare quella fede che la sua anima bramava, la sua piccolezza di uomo esigeva ma la sua ragione osteggiava?
Dopo l’incidente, quando l’unica cosa che desiderava era addormentarsi senza risvegliarsi mai più, aveva trascorso mesi ad urlare contro quel Dio che tanto si pavoneggiava sulle miserie dell’uomo ma che mai aveva il coraggio di presentarsi a condividere il conto che la vita esigeva.
L’aveva insultato, odiato, implorato, sbeffeggiato, sfidato, minacciato, pregato, interrogato, provocato; ma l’unica risposta era stata il silenzio della sua stanza, interrotto soltanto dal suo pianto e dal respiro affannoso dell’infermiera, intenta a girarlo nel letto, per impedire alle piaghe di formarsi, e per pulirlo dalla sua merda.
Poi, il pianto si era esaurito.
La merda no, quella era rimasta.
Arrivato davanti alle piscine, Beppe rabbrividì, nonostante il caldo e l’afa.
Nei due giorni che erano occorsi per completare i momenti essenziali del pellegrinaggio, la messa dei malati, la processione, la visita alla grotta, non aveva potuto evitare che l’atmosfera del luogo lo impregnasse. Nonostante la miriade di bancarelle, ristoranti, alberghi e pensioni che ricoprivano ogni luogo come una micosi del guadagno e che gli avevano fatto desiderare di essere normale solo per poter imbracciare un’ascia e raderli al suolo, non poté impedire che quella sensazione di speranza ed affidamento, illusione e desiderio che permeava i luoghi di preghiera e devozione pian piano lo avvolgesse, come uno scialle ripara dal vento e riesce, per qualche istante, a impedire che il calore fugga dal corpo.
Nulla era cambiato nella sua mente.
Continuava a chiedersi cosa c’entrasse con tutto questo, con le file interminabili, con le benedizioni di massa, con quel business del dolore che gridava vendetta per i sacrifici che tanta povera gente era stata costretta a fare solo per essere li.
Ciò nonostante, in quei due giorni, qualcosa era cambiato nelle sue percezioni.
Quella massa gemente che tanto l’aveva disgustato quando era sul treno bianco, ora cominciava ad apparirgli in una luce diversa.
Oltre la puzza, la bava, i lamenti, ora riusciva a vedere qualcos’altro.
Riusciva a vedere la sofferenza, il dolore vero, come quello che lui aveva provato, la disperazione. Ma anche la speranza, la tenacia, la voglia di vivere. Nello struscio dei corpi, nel caldo delle attese, nell’ipossia delle adunanze, quella che riteneva becera credulità dettata dall’ignoranza o dalla vigliaccheria, si era rivelata per ciò che era: accettazione consapevole della propria miseria e desiderio di affidarsi senza illusioni ad una speranza che neanche al più meschino degli uomini può essere negata.
In tutto questo, Irma era sempre stata al suo fianco, salda e discreta, presente senza invadere, muta testimone della sua trasformazione.
Anche in quel momento lei era li e Beppe poté percepirne la forza interiore come mai gli era accaduto fino a quel momento.
Con quel suo viso da ragazzina ed il suo corpo esile, emanava una serenità ed solidità che lui, si rese conto, non avrebbe mai raggiunto nella sua vita. La invidiava per questo, di quell’invidia benevola che si prova solo verso chi si ama e fu felice, finalmente, di essere lì e di essere con lei.
Irma si accorse che il fratello la stava guardando e, con semplicità, gli sorrise.
“Sei pronto?” chiese
Beppe la guardò, guardò l’acqua nella vasca di fronte a lui ed annuì.
Con la mente che ironicamente si chiedeva quante malattie avrebbe rischiato di prendersi in quel ricettacolo di microbi e l’anima calda per quanto quel momento gli stava dando, lasciò che gli inservienti lo afferrassero di peso e lo depositassero a sedere nella vasca. Poi, mentre ancora i due uomini lo sorreggevano saldamente per le ascelle, Irma entrò con lui nella vasca e, dopo averlo guardato con più amore di quanto lui pensasse potesse esserci in un occhio umano, lo abbracciò e lo fece immergere con lei.
Quando riemersero, dopo qualche istante, Irma era di nuovo di fronte a lui e lo guardava ancora, con tutto l’amore del mondo. Ma stavolta, nel suo sguardo c’era anche una gioia che lui non vi aveva mai visto prima e che non avrebbe più visto dopo. Poi, seguendone lo sguardo, vide i propri piedi, le sue gambe, il suo busto e si rese conto che non c’era più nulla a tenerli su, se non la loro stessa forza, e l’amore di Irma a pochi centimetri da lui.
Nel momento in cui realizzò questo, il suo cuore si gonfiò, come può gonfiarsi un fiume la cui diga si dissolva e mentre le lacrime correvano verso la libertà, il suo sguardo incontrò di nuovo quello della sorella, la cosa più bella che la vita gli avesse mai offerto.
Poi il buio l’inghiottì.
Seduta nell’ombra del suo piccolo appartamento, Irma spiegò il foglio che teneva nella tasca della giacca, per la prima volta da quando glielo avevano consegnato, una settimana prima, nell’ospedale di Lourdes.
Lo fissò.
Era scritto in francese, ma non aveva bisogno di leggerlo, sapeva perfettamente cosa c’era scritto.
Infarto del miocardio.
Il dottore aveva detto che può succedere, anche in un cuore sano come quello di suo fratello, quando un’emozione troppo forte ci colpisce.
Non era sorpresa Irma, come non lo era stata nel momento in cui suo fratello, un attimo prima dritto come una quercia di fronte a lei, si era accasciato senza vita ai suoi piedi.
Anzi, era felice.
Certo, soffriva, soffriva tantissimo, ed avrebbe continuato a soffrire sempre per la mancanza di Beppe.
Adorava suo fratello, l’adorava più di quanto lui avrebbe mai potuto immaginare.
Ma era felice.
Era infinitamente felice.
Perché sapeva quel che aveva visto negli occhi di suo fratello un attimo prima che la lasciasse.
Lui opera in modo strano, questo l’aveva sempre saputo e qualche volta è davvero difficile da sopportare.
Ma ora lei aveva visto, e sapeva.
Sapeva che, un attimo prima di morire, suo fratello aveva visto Dio.
Niente da fare.
Lui odiava i treni.
Li odiava già da prima, quando ancora era costretto, per lavoro o per vacanza, a prenderli, quando non era ancora in grado di permettersi l’aereo; e li odiava ancora di più ora, che era costretto a farsi trasportare anche solo per salirvi.
Ma “questo”, poi!
“Questo” non aveva davvero termini di paragone.
Non c’erano aggettivi per descrivere il disgusto che provava di fronte a quella marmaglia di variegata umanità che gemeva speranzosa nei vagoni, lungo i corridoi, perfino nei cessi, campionario completo dell’indifferenza di quel Dio in cui tutti, nessuno escluso, confidavano e che non avrebbe invece potuto trovare modo più esplicito per manifestare il suo assoluto disinteresse per quelle piccole creature di cui si arrogava il diritto di essere creatore.
Ciechi, sordi, muti, paralitici, cerebrolesi, malati terminali, malati di sclerosi multipla, macrocefali, malati di spina bifida, tetraplegici, narcolettici, depressi cronici, tutto quanto, o quasi, era possibile trovare nell’elenco delle malattie ufficialmente riconosciute dall’OMS era rappresentato in quella lunga serie di vagoni, come un gigantesco j’accuse semovente che puntava il dito contro un Dio che si dice buono e misericordioso ma che quell’elenco non l’accorcia mai.
Cristo Santo, ma com’era stato possibile, come aveva potuto accettare questo, come aveva potuto farsi incastrare così?
Lui, il campione del pragmatismo, della razionalità, del cinismo! Che diavolo ci faceva su un treno diretto a Lourdes?
Sbuffò nuovamente, cercando istintivamente, come prima, di sistemarsi meglio sul sedile della sedia a rotelle che da due anni ormai era le sue gambe, le sue braccia, il suo scheletro; e come prima, e sempre negli ultimi due anni, il suo corpo si rifiutò, ovviamente, di obbedire. E’ incredibile come il cervello sia restio ad accettare l’evidenza del corpo anche tempo dopo che questa si è manifestata. Tetraplegia, nel suo caso.
Stizzito, si voltò verso sinistra e fissò la risposta alla sua domanda.
Sul sedile accanto a lui, Irma, sua sorella, sonnecchiava con il capo appoggiato al finestrino.
Beppe ne seguì il profilo, imbronciato anche nel sonno, con la piccola fossetta lasciata sulla punta del naso dalla varicella, le guance leggermente paffute e con un lieve ricordo di lentiggini che la facevano sembrare una ragazzina anche a trentatré anni e le viscere gli si contorsero in un moto di tenerezza.
Avrebbe avuto bisogno di svegliarla, ora.
Le mutande, incastratesi tra i glutei, lo fasciavano troppo stretto sopra i testicoli, come bende sui piedi di una geisha, e la posizione del busto, modificatasi per le scosse del treno, cominciava a provocargli delle fitte fastidiose all’altezza dei fianchi.
Ma non aveva il coraggio di chiamarla.
Dormiva così bene.
Per la prima volta, da parecchi mesi, sembrava finalmente serena.
Stringendo i denti, deciso a sopportare ancora un po’ il fastidio, Beppe pensò a quanto fossero simili eppure così diversi, lui e Irma, quasi agli antipodi.
Certo, come lui, anche lei era intelligente e molto colta. Come lui, amava viaggiare, leggere, conoscere il mondo. Lavorava in una grande multinazionale, navigava e chattava in internet, viveva da sola in un appartamento in centro. Era, in tutto e per tutto, una donna moderna, emancipata, “con le palle” avrebbero detto alcuni.
Eppure, tutto questo non le aveva impedito di continuare ad essere una credente convinta e devota, fermamente votata a “vivere”, non solo a proclamare, quella fede che, da sempre, era il fulcro su cui ruotava la sua intera esistenza.
Lui, al contrario, nell’intelligenza, nella cultura, nella conoscenza del mondo che lo circondava, aveva solo trovato terreno fertile per coltivare il seme di quel dubbio di fede che, legittimo in ciascuno, in lui si era via via ingigantito, alimentato da una razionalità che gli apparteneva non meno di quanto lui appartenesse alla specie dei mammiferi, trasformandosi prima in incertezza, poi in sfiducia ed infine in un pragmatico agnosticismo.
Ma questo non gli aveva consentito di rifiutare a sua sorella quello che da un anno, senza sosta, lei gli chiedeva. Lo chiedeva con leggerezza, senza essere troppo angosciante, a volte in modo quasi spensierato. Eppure, al tempo stesso c’erano in lei una solidità ed una determinazione che lo lasciavano sconcertato.
“Non ti chiedo di farlo per te, non ti chiedo di crederci” gli diceva “Ti chiedo solo di farlo. Per me. Non c’è bisogno che tu creda o che preghi, quello posso farlo io per entrambi. Ma non posso andare al tuo posto. Per quello ho bisogno di te”.
Avevano discusso, ragionato, pianto, litigato.
Aveva cercato di spiegargli che non poteva accettare qualcosa che andava esattamente contro le sue convinzioni, ciò in cui credeva, la sua stessa natura; aveva tentato di spiegarle che non c’era niente di personale in questo, nessuna pretesa di giudicare.
Ma non era servito a nulla.
Alla fine, dopo un anno, aveva ceduto.
Perché Beppe adorava sua sorella. Era l’unica persona al mondo che amava davvero, forse l’unica che avesse mai amato in vita sua, e per lei, per lei soltanto, avrebbe fatto qualunque cosa, affrontato qualunque rinuncia o sacrificio.
Persino farsi mettere su un treno diretto a Lourdes.
Questo, però, non significava che dovesse piacergli.
Non poteva evitare di provare disgusto di fronte a quell’orda di carne sudata, di afflati pestilenziali, di labbra bavose, di gemiti osceni. La puzza di vecchio era ovunque, aleggiava come nebbia su una palude e, peggio di quella, la puzza del dolore o, a volte, della morte.
Il disgusto, però, era solo l’ombra di quello che realmente suscitava in lui quella massa di umanità.
Quello che provava davvero era pietà.
E rabbia.
Rabbia e pietà.
Pietà per quella massa di gente ignorante, disposta ad affrontare disagi ed umiliazioni superiori alle loro forze nella flebile speranza che un tuffo in una specie di piscina, dove una ragazzina un tempo ha detto di aver avuto una visione, potesse riparare i loro midolli, far ricrescere le loro sinapsi, rigenerare le loro cornee.
Quella gente che ignorava che, delle centinaia di migliaia di pellegrini che ogni anno si recano a Lourdes, nessuno si è mai alzato in piedi d’improvviso da una sedia a rotelle; che ignorava che i miracoli ufficialmente riconosciuti in 150 anni dalla chiesa, le cosiddette “guarigioni inspiegabili”, sono meno di una settantina su oltre venti milioni di malati portati li; che la percentuale di queste guarigioni è cento volte più bassa di quella che si registra in media negli ospedali di tutto il mondo. La maggior parte di quella gente non sapeva, perché non ne aveva il modo, tutto questo e molto altro.
Ma questa era solo una parte del tutto.
Perché a Lourdes si stima si siano recati almeno trecento milioni di pellegrini nel corso del tempo: e tra questi, non fosse altro che per una questione statistica, non si può certo pensare che ci fossero solo ignoranti. E per Beppe, l’ignoranza non era non sapere, ma non avere modo di sapere. Quando il non sapere diventava una scelta, diventava inerzia della mente e della volontà, allora non si poteva più parlare d’ignoranza: allora la sua pietà diventava rabbia.
Quella rabbia che Beppe provava, appunto, per tutti quelli che, scientemente o inconsapevolmente, avevano deciso di non sapere o, peggio, d’ignorare.
Ignorare la realtà scientifica, fatta di materia, di cellule, molecole, atomi, elettroni, quark, gluoni: ignorare come tutta questa realtà, fino alla più infinitesimale delle sue componenti sia soggetta a leggi, a forze fondamentali, che sono immutabili e dalle quali non si può prescindere, non in questo universo almeno.
Per quella gente, l’evidenza scientifica, sperimentale o statistica, diventava soltanto espressione dell’orgoglio di coloro che, nella loro ricerca del sapere non accettano di non potere essere uguali a Dio. Per quella gente, l’effetto placebo, il controllo in doppio cieco, la significatività statistica di un evento, erano solo parole incomprensibili di cui si riempiono la bocca coloro che non riescono ad ammettere la propria piccolezza di fronte a Dio.
L’unica cosa che contava, per loro, era abbandonarsi a quel desiderio, innato certo, ma non per questo meno devastante, di trovare una risposta che non sia il caso, di dare a quella risposta un volto non umano, e di affidare a quel volto la responsabilità di quella risposta, che non avevano la forza o coraggio di cercare in se stessi.
Per loro, Beppe provava soltanto rabbia.
Rabbia e disprezzo.
Troppo comodo affidarsi ad un Dio solo perché ne hai bisogno, dimenticando tutto il resto. Dimenticando che per credere non basta soltanto credere che Lui esista. Ma devi anche accettare tutto il resto.
Devi accettare che tutto quello che di Lui ci hanno detto e scritto - e che degli uomini hanno deciso essere vero o apocrifo a seconda dei casi - sia realmente vero.
Che quel Dio ci ha creato.
Che ci ha creato a sua immagine e somiglianza.
Che dopo averci creati è venuto tra noi e si è fatto uomo.
Che quell’uomo era di carne e sangue.
Che è morto e poi è resuscitato.
Che tutto questo l’ha fatto per redimerci dei nostri peccati.
Ma, soprattutto, che l’ha fatto esattamente per “noi”.
Noi.
Che siamo meno di un battito di ciglia nell’evoluzione della vita su questo pianeta.
Che si trova in uno dei nonsisannoquanti sistemi solari di una ammasso di stelle
Che fa parte di nonsisaquanti ammassi di stelle di una galassia.
Che è solo una delle nonsisaquante galassie del nostro universo
Un universo che non riusciamo neanche lontanamente a stimare quanto sia grande.
Un universo che, oltretutto, non siamo neanche certi essere l’unico.
No, troppo comodo.
Beppe poteva accettare l’ignoranza ed averne pietà, ma non la scelta d’ignorare.
Non poteva, perché lui aveva tentato, aveva tentato di credere e di capire: e ora sapeva che si può solo fallire.
Mentre il treno lo cullava ed il rumore teneva lontani i gemiti che lo circondavano, ripensò ai giorni della sua ricerca.
Quante notti aveva trascorso sveglio, a leggere, ad informarsi, per cercare un appiglio, uno solo, che lasciasse alla sua onestà intellettuale un barlume di speranza, una sincera possibilità di dubbio? Quanto tempo aveva passato in chiesa, inginocchiato sul duro legno di una panca, a cercare quella fede che la sua anima bramava, la sua piccolezza di uomo esigeva ma la sua ragione osteggiava?
Dopo l’incidente, quando l’unica cosa che desiderava era addormentarsi senza risvegliarsi mai più, aveva trascorso mesi ad urlare contro quel Dio che tanto si pavoneggiava sulle miserie dell’uomo ma che mai aveva il coraggio di presentarsi a condividere il conto che la vita esigeva.
L’aveva insultato, odiato, implorato, sbeffeggiato, sfidato, minacciato, pregato, interrogato, provocato; ma l’unica risposta era stata il silenzio della sua stanza, interrotto soltanto dal suo pianto e dal respiro affannoso dell’infermiera, intenta a girarlo nel letto, per impedire alle piaghe di formarsi, e per pulirlo dalla sua merda.
Poi, il pianto si era esaurito.
La merda no, quella era rimasta.
Arrivato davanti alle piscine, Beppe rabbrividì, nonostante il caldo e l’afa.
Nei due giorni che erano occorsi per completare i momenti essenziali del pellegrinaggio, la messa dei malati, la processione, la visita alla grotta, non aveva potuto evitare che l’atmosfera del luogo lo impregnasse. Nonostante la miriade di bancarelle, ristoranti, alberghi e pensioni che ricoprivano ogni luogo come una micosi del guadagno e che gli avevano fatto desiderare di essere normale solo per poter imbracciare un’ascia e raderli al suolo, non poté impedire che quella sensazione di speranza ed affidamento, illusione e desiderio che permeava i luoghi di preghiera e devozione pian piano lo avvolgesse, come uno scialle ripara dal vento e riesce, per qualche istante, a impedire che il calore fugga dal corpo.
Nulla era cambiato nella sua mente.
Continuava a chiedersi cosa c’entrasse con tutto questo, con le file interminabili, con le benedizioni di massa, con quel business del dolore che gridava vendetta per i sacrifici che tanta povera gente era stata costretta a fare solo per essere li.
Ciò nonostante, in quei due giorni, qualcosa era cambiato nelle sue percezioni.
Quella massa gemente che tanto l’aveva disgustato quando era sul treno bianco, ora cominciava ad apparirgli in una luce diversa.
Oltre la puzza, la bava, i lamenti, ora riusciva a vedere qualcos’altro.
Riusciva a vedere la sofferenza, il dolore vero, come quello che lui aveva provato, la disperazione. Ma anche la speranza, la tenacia, la voglia di vivere. Nello struscio dei corpi, nel caldo delle attese, nell’ipossia delle adunanze, quella che riteneva becera credulità dettata dall’ignoranza o dalla vigliaccheria, si era rivelata per ciò che era: accettazione consapevole della propria miseria e desiderio di affidarsi senza illusioni ad una speranza che neanche al più meschino degli uomini può essere negata.
In tutto questo, Irma era sempre stata al suo fianco, salda e discreta, presente senza invadere, muta testimone della sua trasformazione.
Anche in quel momento lei era li e Beppe poté percepirne la forza interiore come mai gli era accaduto fino a quel momento.
Con quel suo viso da ragazzina ed il suo corpo esile, emanava una serenità ed solidità che lui, si rese conto, non avrebbe mai raggiunto nella sua vita. La invidiava per questo, di quell’invidia benevola che si prova solo verso chi si ama e fu felice, finalmente, di essere lì e di essere con lei.
Irma si accorse che il fratello la stava guardando e, con semplicità, gli sorrise.
“Sei pronto?” chiese
Beppe la guardò, guardò l’acqua nella vasca di fronte a lui ed annuì.
Con la mente che ironicamente si chiedeva quante malattie avrebbe rischiato di prendersi in quel ricettacolo di microbi e l’anima calda per quanto quel momento gli stava dando, lasciò che gli inservienti lo afferrassero di peso e lo depositassero a sedere nella vasca. Poi, mentre ancora i due uomini lo sorreggevano saldamente per le ascelle, Irma entrò con lui nella vasca e, dopo averlo guardato con più amore di quanto lui pensasse potesse esserci in un occhio umano, lo abbracciò e lo fece immergere con lei.
Quando riemersero, dopo qualche istante, Irma era di nuovo di fronte a lui e lo guardava ancora, con tutto l’amore del mondo. Ma stavolta, nel suo sguardo c’era anche una gioia che lui non vi aveva mai visto prima e che non avrebbe più visto dopo. Poi, seguendone lo sguardo, vide i propri piedi, le sue gambe, il suo busto e si rese conto che non c’era più nulla a tenerli su, se non la loro stessa forza, e l’amore di Irma a pochi centimetri da lui.
Nel momento in cui realizzò questo, il suo cuore si gonfiò, come può gonfiarsi un fiume la cui diga si dissolva e mentre le lacrime correvano verso la libertà, il suo sguardo incontrò di nuovo quello della sorella, la cosa più bella che la vita gli avesse mai offerto.
Poi il buio l’inghiottì.
Seduta nell’ombra del suo piccolo appartamento, Irma spiegò il foglio che teneva nella tasca della giacca, per la prima volta da quando glielo avevano consegnato, una settimana prima, nell’ospedale di Lourdes.
Lo fissò.
Era scritto in francese, ma non aveva bisogno di leggerlo, sapeva perfettamente cosa c’era scritto.
Infarto del miocardio.
Il dottore aveva detto che può succedere, anche in un cuore sano come quello di suo fratello, quando un’emozione troppo forte ci colpisce.
Non era sorpresa Irma, come non lo era stata nel momento in cui suo fratello, un attimo prima dritto come una quercia di fronte a lei, si era accasciato senza vita ai suoi piedi.
Anzi, era felice.
Certo, soffriva, soffriva tantissimo, ed avrebbe continuato a soffrire sempre per la mancanza di Beppe.
Adorava suo fratello, l’adorava più di quanto lui avrebbe mai potuto immaginare.
Ma era felice.
Era infinitamente felice.
Perché sapeva quel che aveva visto negli occhi di suo fratello un attimo prima che la lasciasse.
Lui opera in modo strano, questo l’aveva sempre saputo e qualche volta è davvero difficile da sopportare.
Ma ora lei aveva visto, e sapeva.
Sapeva che, un attimo prima di morire, suo fratello aveva visto Dio.



2 Comments:
PROVA
Mi sono ricordata di tutti i viaggi che ho fatto a Lourdes sul treno bianco come operatrice...Sono momenti che proprio per quell'atmosfera che ti avvolge, non dimenticherò mai.
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