Il Nemico (1-02-2006)
Solo, nel suo studio privato, Mohamed alzò lentamente gli occhi verso l’immagine riflessa nel grande specchio.
I suoi occhi scuri, profondi, seguirono i contorni del viso d’ebano dai tratti regolari, cui le sottili rughe che la vita vi aveva scolpito nulla avevano tolto della bellezza di un tempo, donandogli piuttosto quell’aura di saggezza che era necessaria alla sua immagine quanto l’abito che indossava.
Quell’immagine scura, che veniva da lontano, il mondo l’aveva attesa, trepidante, per anni, come il condannato nella sua cella attende l’arrivo della grazia.
Nessuno, tuttavia, poteva immaginare quanto “lui” l’avesse voluta, cercata, attesa. Nessuno avrebbe mai saputo quanto grande era stato il sacrificio.
Aveva dedicato tutta la vita, la sua intera esistenza, a lavorare, un giorno dopo l’altro, senza pause o distrazioni, per arrivare a quello che ora, dopo cinquant’anni di assoluta dedizione, era lì, riflesso davanti ai suoi occhi, sogno impossibile fattosi realtà, sintesi ultima di tutto quanto dava un senso al suo esistere.
No, nessuno avrebbe mai potuto immaginare quanto gli era costato.
Con la mente andò indietro a quel giorno lontano, in cui tutto era iniziato.
Il fragore dell’esplosione riecheggiò nella sua mente, assordante e distruttivo come allora.
Rivide il corpo di suo fratello dilaniato dall’esplosivo, penzolante dagli spunzoni di lamiera contorti come le decorazioni di un grottesco albero di natale.
Come ogni giorno da allora, rivisse l’odio incommensurabile che l’aveva travolto, il desiderio di distruzione, la volontà di annientare che era esplosa in lui: ed insieme, rivisse la consapevolezza che all’odio si era accompagnata, improvvisa come una luce che acceca e che avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza.
Non era quello il modo.
La violenza, l’uso della forza, l’uccisione fisica del nemico non avrebbero mai portato da nessuna parte. Non si può sperare di ripetere in eterno la favola di David e Golia. Non si può pensare di distruggere l’esercito più grande e potente del mondo, ed i suoi alleati, combattendoli con poco più che sassi e pietre. Soprattutto, non si può sacrificare quell’unica vita che ci è stata data per distruggerne poche decine, qualche migliaio al massimo se sai pilotare un aereo.
No, non ha senso.
Nemmeno quando l’odio ed il desiderio di vendetta ti lacerano a tal punto le viscere da farti desiderare di spargerle tu stesso pur di strappare le sue al nemico.
Nemmeno quando un fanatico con la barba lunga, assurto al rango di interprete della verità, ti promette che ad aspettarti ci saranno settanta vergini.
No, non era quello il modo.
L’unico modo che il debole ha di distruggere il forte, è diventargli amico. Farsi accogliere in casa sua, conoscerlo, capirlo. Essere messo a parte dei suoi segreti più intimi, delle sue pene, delle sue debolezze. Conquistare la sua fiducia, divenire il suo punto d’appoggio, la sua ancora, il suo consigliere, la sua guida. Solo così le barriere si abbasseranno, le armi si spunteranno, la diffidenza verrà meno: e allora potrà scegliere la via più efficace alla sua distruzione.
Tutto questo, per Mohamed era divenuto chiaro d’improvviso, folgorante come il lampo di quell’esplosione, verità che si svela come un tappeto che, dal rovescio, viene rivoltato al diritto, mostrando d’un tratto tutta la bellezza ed il significato di quell’intrigo di nodi e trame che prima non erano che frustrante confusione.
Aveva poco più di quindici anni Mohamed, quando suo fratello si era immolato nelle vie di Baghdad, e molti ancora gliene sarebbero occorsi per studiare e capire a fondo le trame di quel tappeto, penetrarne ogni singola sfumatura.
Ma gli era occorso meno di un secondo per capire cosa andava fatto, per decidere cosa avrebbe fatto della propria vita.
Quando quel secondo era trascorso, Mohamed si era ritrovato in piedi su quel che rimaneva del furgone che suo fratello aveva guidato verso il drappello di soldati americani prima di farsi saltare in aria.
Incurante dei soldati che avrebbero potuto sparargli, disarmato, si era inginocchiato, l’indice puntato verso il cielo come aveva visto fare al Grande Osama - e come, avrebbe scoperto tempo dopo, il grande Leonardo aveva più volte dipinto – e si era rivolto alla folla urlante e minacciosa, raccoltasi intorno ai militari impauriti, apostrofandola con la sua voce ancora di ragazzo, ma con parole che avevano catturato i presenti, ipnotizzandoli quasi, come un incantatore il serpente.
Era suo fratello, aveva detto loro.
Era tutta la sua famiglia, era tutta la sua vita.
Una vita che gli apparteneva, come la sua a lui, e che ora non c’era più.
Perché suo fratello aveva deciso di sacrificarla.
Lui aveva creduto di capire il perché di quel sacrificio. Ma ora che quel sacrificio era compiuto, ora finalmente davvero sapeva.
Dio gli aveva parlato.
Dio, in quel lampo che gli aveva portato via quanto di caro gli era rimasto al mondo, si era rivolto a lui.
Dio gli aveva detto che quel sacrificio doveva essere l’ultimo. Che su quel luogo sarebbe sorto il nuovo tempio. Che la Guerra Santa è cosa giusta, se viene combattuta dai Santi: e i Santi non distruggono la vita. I Santi, i veri Santi, amano la vita ed amano il loro nemico. I veri Santi possono rendere Santo chi Santo non è. E chi afferma il contrario lo fa solo perché non ha abbastanza coraggio per essere Santo.
Lui voleva essere Santo. Lui sarebbe andato in mezzo al nemico e avrebbe reso quel nemico Santo. Avrebbe mangiato con lui, con lui avrebbe lavorato, riso, pianto, pregato. E se il nemico non l’avesse accettato, allora lui sarebbe morto Santo. Ma senza distruggere la propria vita, piuttosto donandola.
Nell’ascoltarlo, all’inizio la folla aveva rumoreggiato, riso, l’aveva insultato.
All’inizio.
Poi, però, nell’udire quel ragazzo che continuava a parlare loro con fermezza, incurante delle risa e degli insulti, sereno come l’alba ma solido come la roccia, lentamente, con vergogna, quella folla aveva smesso di parlare, di ridere, di insultare.
Aveva cominciato ad ascoltare: ed aveva cominciato a piangere.
Tutti, dai guerrieri ai bambini si erano inginocchiati ed avevano pianto, innamorati delle parole del ragazzo. E con loro i soldati del nemico, che pur non capivano il significato di quelle parole, ma che ne percepivano la potenza.
Quel giorno Mohamed era nato.
Quel giorno, nel volgere di un istante, la sua vita era cambiata, la sua fede era cambiata e con essa il suo destino.
Quel giorno, era iniziato il suo personale inferno sulla terra.
Sospinta dalle ali dell’informazione globale, la sua storia, ghiotta come per le iene una carogna, era rimbalzata sulle antenne di mezzo mondo, entrando nelle case della gente comune, sorprendendo, affascinando, commuovendo, fino a far diventare quel piccolo ragazzo con l’indice alzato una sorta di novello piccolo Budda: amato dalle folle, conteso dai network, invidiato dai politici.
La sua natura schiva e la sua naturale inclinazione alla solitudine, avevano reso facile per Mohamed interpretare il ruolo del Santo umile ed appartato, che vive la sua scelta con convinzione e senza clamore, restio ad apparire in pubblico, profondo nella sua laconicità, irresistibile nel fascino che esercitava sulle masse. Non aveva dovuto far altro che seguire il suo istinto.
Quel che invece era stato dolorosamente difficile, era stato fondersi con il nemico.
Dopo il suo ineluttabile ingresso nella terra del nemico, Mohamed, benché accompagnato della sua storia, che l’aveva fatto accogliere a braccia spalancate, si era ritrovato solo, come mai in vita sua avrebbe immaginato si potesse essere. Circondato e pregno fino al midollo di tutto ciò che da sempre aveva odiato e combattuto, egli quel nemico aveva dovuto imparare a conoscerlo, a capirlo, a viverlo e, soprattutto, a fingere di amarlo, come se già non fosse abbastanza ripugnante mangiarne il cibo, vestirne gli abiti, impararne la lingua.
Ma quello che più di ogni altra cosa aveva reso difficile e doloroso a Mohamed perseverare nella sua scelta, era il dover sopportare, contraltare del suo presunto innamoramento per il nemico, l’odio della sua gente.
Quante volte, durante i molti incontri che in seguito avrebbe avuto nel suo periodo da diplomatico, aveva dovuto soffrire l’odio ed il disprezzo con cui i suoi fratelli lo guardavano, un disprezzo che andava ben oltre quello riservato al vero nemico, un disprezzo dedicato esclusivamente a lui, che di quel nemico era ben peggiore perché, a differenza di esso, era nato uguale a loro e liberamente aveva tradito.
Ci erano voluti tutto il suo coraggio e la sua determinazione per resistere alla tentazione di dichiararsi loro, di metterli a parte del suo progetto, riconquistare la loro fiducia, avere il loro sostegno e finalmente non essere più solo.
Quante volte, prima e dopo quegli incontri, era stato sul punto di farlo, di cedere.
Ma aveva resistito.
Col tempo, la sofferenza che la sua scelta aveva comportato era divenuta forgia della sua forza.
Lucido nel suo obiettivo, metodico nell’ apprendere, paziente nell’attesa del momento in cui il sacrificio avrebbe prodotto i suoi frutti, Mohamed aveva accresciuto, un giorno dopo l’altro, la sua conoscenza del nemico e del suo mondo, fino a quando, cinque anni dopo quell’istante fatale, egli aveva finalmente intuito, nell’intreccio del tappeto, quale, di quel mondo, era la strada che l’avrebbe guidato al suo scopo.
Avrebbe fatto quello per cui in realtà sapeva di essere nato. Sarebbe stato un soldato.
Un mese dopo, iniziava la sua impossibile missione nell’esercito più grande e potente del mondo.
Era stato un percorso lungo cinquant’anni e non aveva mai immaginato che sarebbe stato così duro.
Aveva dovuto lavorare sodo, senza risparmiarsi, studiando, ubbidendo, addestrandosi senza sosta, per scalare, uno dopo l’altro, i gradini di una gerarchia la cui rigidità non aveva eguali in altre organizzazioni al mondo.
Quando il fascino e le lusinghe di quel mondo lo avevano tentato al punto da far vacillare la sua determinazione, aveva sofferto e si era lacerato nell’animo.
Aveva viaggiato senza sosta, apolide, accettando gli incarichi più infami e le destinazioni più ignobili con la stessa gioia con cui altri anelavano alle grandi capitali.
Aveva ubbidito, adulato, mentito, tradito, finanche ucciso, benché mai direttamente: ma, in fondo, lasciar morire qualcuno non è diverso dall’ucciderlo volontariamente.
Si era umiliato, venduto, prostituito, dichiarando ogni giorno fede ed amore in ciò che non avrebbe potuto odiare di più, benché quell’umiliazione fosse nota a lui solo, laddove gli altri scorgevano piuttosto impegno, coraggio e dedizione.
Si era disperato, quando la lontananza della meta e la solitudine del cammino gli avevano fatto dubitare di riuscire anche solo ad avvicinarvisi, schiacciato sotto il peso di un fardello che non poteva né avrebbe potuto mai condividere con qualcuno.
Alla fine però, il dolore, le ferite, i segni che quel fardello gli aveva inflitto erano valsi il sacrificio di una vita intera.
Perché ora, finalmente, il suo cammino era finito, il sacrificio ripagato, la meta raggiunta. La meta, ovvero l’immagine che poteva ammirare nello specchio di fronte a sé.
Ora, finalmente, la sua vendetta poteva cominciare.
Ora, finalmente, aveva il potere di guidare le masse e mostrare al mondo dove si annida realmente il male.
Ora, finalmente, la distruzione del suo nemico poteva avere inizio.
Nessuno, oltre lui, avrebbe mai saputo, nessuno avrebbe mai capito.
Nessuno tranne Allah.
Con calma, gustando in bocca il sapore della vittoria, si alzò dalla poltrona poi, dopo aver aggiustato la rossa mantella che gli avvolgeva le spalle, lentamente si diresse verso la finestra dello studio. L’applauso, che la folla aveva trattenuto per giorni durante l’attesa per l’elezione, esplose con il fragore di una valanga quando la sua figura immacolata apparve nella cornice della finestra.
A memoria d’uomo, Piazza S. Pietro non era mai stata così gremita come quel giorno.
I suoi occhi scuri, profondi, seguirono i contorni del viso d’ebano dai tratti regolari, cui le sottili rughe che la vita vi aveva scolpito nulla avevano tolto della bellezza di un tempo, donandogli piuttosto quell’aura di saggezza che era necessaria alla sua immagine quanto l’abito che indossava.
Quell’immagine scura, che veniva da lontano, il mondo l’aveva attesa, trepidante, per anni, come il condannato nella sua cella attende l’arrivo della grazia.
Nessuno, tuttavia, poteva immaginare quanto “lui” l’avesse voluta, cercata, attesa. Nessuno avrebbe mai saputo quanto grande era stato il sacrificio.
Aveva dedicato tutta la vita, la sua intera esistenza, a lavorare, un giorno dopo l’altro, senza pause o distrazioni, per arrivare a quello che ora, dopo cinquant’anni di assoluta dedizione, era lì, riflesso davanti ai suoi occhi, sogno impossibile fattosi realtà, sintesi ultima di tutto quanto dava un senso al suo esistere.
No, nessuno avrebbe mai potuto immaginare quanto gli era costato.
Con la mente andò indietro a quel giorno lontano, in cui tutto era iniziato.
Il fragore dell’esplosione riecheggiò nella sua mente, assordante e distruttivo come allora.
Rivide il corpo di suo fratello dilaniato dall’esplosivo, penzolante dagli spunzoni di lamiera contorti come le decorazioni di un grottesco albero di natale.
Come ogni giorno da allora, rivisse l’odio incommensurabile che l’aveva travolto, il desiderio di distruzione, la volontà di annientare che era esplosa in lui: ed insieme, rivisse la consapevolezza che all’odio si era accompagnata, improvvisa come una luce che acceca e che avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza.
Non era quello il modo.
La violenza, l’uso della forza, l’uccisione fisica del nemico non avrebbero mai portato da nessuna parte. Non si può sperare di ripetere in eterno la favola di David e Golia. Non si può pensare di distruggere l’esercito più grande e potente del mondo, ed i suoi alleati, combattendoli con poco più che sassi e pietre. Soprattutto, non si può sacrificare quell’unica vita che ci è stata data per distruggerne poche decine, qualche migliaio al massimo se sai pilotare un aereo.
No, non ha senso.
Nemmeno quando l’odio ed il desiderio di vendetta ti lacerano a tal punto le viscere da farti desiderare di spargerle tu stesso pur di strappare le sue al nemico.
Nemmeno quando un fanatico con la barba lunga, assurto al rango di interprete della verità, ti promette che ad aspettarti ci saranno settanta vergini.
No, non era quello il modo.
L’unico modo che il debole ha di distruggere il forte, è diventargli amico. Farsi accogliere in casa sua, conoscerlo, capirlo. Essere messo a parte dei suoi segreti più intimi, delle sue pene, delle sue debolezze. Conquistare la sua fiducia, divenire il suo punto d’appoggio, la sua ancora, il suo consigliere, la sua guida. Solo così le barriere si abbasseranno, le armi si spunteranno, la diffidenza verrà meno: e allora potrà scegliere la via più efficace alla sua distruzione.
Tutto questo, per Mohamed era divenuto chiaro d’improvviso, folgorante come il lampo di quell’esplosione, verità che si svela come un tappeto che, dal rovescio, viene rivoltato al diritto, mostrando d’un tratto tutta la bellezza ed il significato di quell’intrigo di nodi e trame che prima non erano che frustrante confusione.
Aveva poco più di quindici anni Mohamed, quando suo fratello si era immolato nelle vie di Baghdad, e molti ancora gliene sarebbero occorsi per studiare e capire a fondo le trame di quel tappeto, penetrarne ogni singola sfumatura.
Ma gli era occorso meno di un secondo per capire cosa andava fatto, per decidere cosa avrebbe fatto della propria vita.
Quando quel secondo era trascorso, Mohamed si era ritrovato in piedi su quel che rimaneva del furgone che suo fratello aveva guidato verso il drappello di soldati americani prima di farsi saltare in aria.
Incurante dei soldati che avrebbero potuto sparargli, disarmato, si era inginocchiato, l’indice puntato verso il cielo come aveva visto fare al Grande Osama - e come, avrebbe scoperto tempo dopo, il grande Leonardo aveva più volte dipinto – e si era rivolto alla folla urlante e minacciosa, raccoltasi intorno ai militari impauriti, apostrofandola con la sua voce ancora di ragazzo, ma con parole che avevano catturato i presenti, ipnotizzandoli quasi, come un incantatore il serpente.
Era suo fratello, aveva detto loro.
Era tutta la sua famiglia, era tutta la sua vita.
Una vita che gli apparteneva, come la sua a lui, e che ora non c’era più.
Perché suo fratello aveva deciso di sacrificarla.
Lui aveva creduto di capire il perché di quel sacrificio. Ma ora che quel sacrificio era compiuto, ora finalmente davvero sapeva.
Dio gli aveva parlato.
Dio, in quel lampo che gli aveva portato via quanto di caro gli era rimasto al mondo, si era rivolto a lui.
Dio gli aveva detto che quel sacrificio doveva essere l’ultimo. Che su quel luogo sarebbe sorto il nuovo tempio. Che la Guerra Santa è cosa giusta, se viene combattuta dai Santi: e i Santi non distruggono la vita. I Santi, i veri Santi, amano la vita ed amano il loro nemico. I veri Santi possono rendere Santo chi Santo non è. E chi afferma il contrario lo fa solo perché non ha abbastanza coraggio per essere Santo.
Lui voleva essere Santo. Lui sarebbe andato in mezzo al nemico e avrebbe reso quel nemico Santo. Avrebbe mangiato con lui, con lui avrebbe lavorato, riso, pianto, pregato. E se il nemico non l’avesse accettato, allora lui sarebbe morto Santo. Ma senza distruggere la propria vita, piuttosto donandola.
Nell’ascoltarlo, all’inizio la folla aveva rumoreggiato, riso, l’aveva insultato.
All’inizio.
Poi, però, nell’udire quel ragazzo che continuava a parlare loro con fermezza, incurante delle risa e degli insulti, sereno come l’alba ma solido come la roccia, lentamente, con vergogna, quella folla aveva smesso di parlare, di ridere, di insultare.
Aveva cominciato ad ascoltare: ed aveva cominciato a piangere.
Tutti, dai guerrieri ai bambini si erano inginocchiati ed avevano pianto, innamorati delle parole del ragazzo. E con loro i soldati del nemico, che pur non capivano il significato di quelle parole, ma che ne percepivano la potenza.
Quel giorno Mohamed era nato.
Quel giorno, nel volgere di un istante, la sua vita era cambiata, la sua fede era cambiata e con essa il suo destino.
Quel giorno, era iniziato il suo personale inferno sulla terra.
Sospinta dalle ali dell’informazione globale, la sua storia, ghiotta come per le iene una carogna, era rimbalzata sulle antenne di mezzo mondo, entrando nelle case della gente comune, sorprendendo, affascinando, commuovendo, fino a far diventare quel piccolo ragazzo con l’indice alzato una sorta di novello piccolo Budda: amato dalle folle, conteso dai network, invidiato dai politici.
La sua natura schiva e la sua naturale inclinazione alla solitudine, avevano reso facile per Mohamed interpretare il ruolo del Santo umile ed appartato, che vive la sua scelta con convinzione e senza clamore, restio ad apparire in pubblico, profondo nella sua laconicità, irresistibile nel fascino che esercitava sulle masse. Non aveva dovuto far altro che seguire il suo istinto.
Quel che invece era stato dolorosamente difficile, era stato fondersi con il nemico.
Dopo il suo ineluttabile ingresso nella terra del nemico, Mohamed, benché accompagnato della sua storia, che l’aveva fatto accogliere a braccia spalancate, si era ritrovato solo, come mai in vita sua avrebbe immaginato si potesse essere. Circondato e pregno fino al midollo di tutto ciò che da sempre aveva odiato e combattuto, egli quel nemico aveva dovuto imparare a conoscerlo, a capirlo, a viverlo e, soprattutto, a fingere di amarlo, come se già non fosse abbastanza ripugnante mangiarne il cibo, vestirne gli abiti, impararne la lingua.
Ma quello che più di ogni altra cosa aveva reso difficile e doloroso a Mohamed perseverare nella sua scelta, era il dover sopportare, contraltare del suo presunto innamoramento per il nemico, l’odio della sua gente.
Quante volte, durante i molti incontri che in seguito avrebbe avuto nel suo periodo da diplomatico, aveva dovuto soffrire l’odio ed il disprezzo con cui i suoi fratelli lo guardavano, un disprezzo che andava ben oltre quello riservato al vero nemico, un disprezzo dedicato esclusivamente a lui, che di quel nemico era ben peggiore perché, a differenza di esso, era nato uguale a loro e liberamente aveva tradito.
Ci erano voluti tutto il suo coraggio e la sua determinazione per resistere alla tentazione di dichiararsi loro, di metterli a parte del suo progetto, riconquistare la loro fiducia, avere il loro sostegno e finalmente non essere più solo.
Quante volte, prima e dopo quegli incontri, era stato sul punto di farlo, di cedere.
Ma aveva resistito.
Col tempo, la sofferenza che la sua scelta aveva comportato era divenuta forgia della sua forza.
Lucido nel suo obiettivo, metodico nell’ apprendere, paziente nell’attesa del momento in cui il sacrificio avrebbe prodotto i suoi frutti, Mohamed aveva accresciuto, un giorno dopo l’altro, la sua conoscenza del nemico e del suo mondo, fino a quando, cinque anni dopo quell’istante fatale, egli aveva finalmente intuito, nell’intreccio del tappeto, quale, di quel mondo, era la strada che l’avrebbe guidato al suo scopo.
Avrebbe fatto quello per cui in realtà sapeva di essere nato. Sarebbe stato un soldato.
Un mese dopo, iniziava la sua impossibile missione nell’esercito più grande e potente del mondo.
Era stato un percorso lungo cinquant’anni e non aveva mai immaginato che sarebbe stato così duro.
Aveva dovuto lavorare sodo, senza risparmiarsi, studiando, ubbidendo, addestrandosi senza sosta, per scalare, uno dopo l’altro, i gradini di una gerarchia la cui rigidità non aveva eguali in altre organizzazioni al mondo.
Quando il fascino e le lusinghe di quel mondo lo avevano tentato al punto da far vacillare la sua determinazione, aveva sofferto e si era lacerato nell’animo.
Aveva viaggiato senza sosta, apolide, accettando gli incarichi più infami e le destinazioni più ignobili con la stessa gioia con cui altri anelavano alle grandi capitali.
Aveva ubbidito, adulato, mentito, tradito, finanche ucciso, benché mai direttamente: ma, in fondo, lasciar morire qualcuno non è diverso dall’ucciderlo volontariamente.
Si era umiliato, venduto, prostituito, dichiarando ogni giorno fede ed amore in ciò che non avrebbe potuto odiare di più, benché quell’umiliazione fosse nota a lui solo, laddove gli altri scorgevano piuttosto impegno, coraggio e dedizione.
Si era disperato, quando la lontananza della meta e la solitudine del cammino gli avevano fatto dubitare di riuscire anche solo ad avvicinarvisi, schiacciato sotto il peso di un fardello che non poteva né avrebbe potuto mai condividere con qualcuno.
Alla fine però, il dolore, le ferite, i segni che quel fardello gli aveva inflitto erano valsi il sacrificio di una vita intera.
Perché ora, finalmente, il suo cammino era finito, il sacrificio ripagato, la meta raggiunta. La meta, ovvero l’immagine che poteva ammirare nello specchio di fronte a sé.
Ora, finalmente, la sua vendetta poteva cominciare.
Ora, finalmente, aveva il potere di guidare le masse e mostrare al mondo dove si annida realmente il male.
Ora, finalmente, la distruzione del suo nemico poteva avere inizio.
Nessuno, oltre lui, avrebbe mai saputo, nessuno avrebbe mai capito.
Nessuno tranne Allah.
Con calma, gustando in bocca il sapore della vittoria, si alzò dalla poltrona poi, dopo aver aggiustato la rossa mantella che gli avvolgeva le spalle, lentamente si diresse verso la finestra dello studio. L’applauso, che la folla aveva trattenuto per giorni durante l’attesa per l’elezione, esplose con il fragore di una valanga quando la sua figura immacolata apparve nella cornice della finestra.
A memoria d’uomo, Piazza S. Pietro non era mai stata così gremita come quel giorno.



2 Comments:
Ciao, Fabio.
sono casualmente entrato nel tuo blog ed ho avuto il gran piacere nel leggere i tuoi scritti e la profonda soddisfazione di averti rivisto in foto (uguale..). Scritti profondi, riflessivi che inducono a rallentare le frenetiche attivita' che ci circondano quotidianamente.
Chi sono..?? Massimo. Si, 82esimo corso AUC... SGA Firenze... Qualche anno fa, eh? Come stai, vecchio mio compagno di corso?
Fatti sentire!
mail: massimo.ramaccia@libero.it
Ti attendo
Massimo
Ciao Fabio!
Cercando " de-ci, de-là ad avere notizie di diverse persone conosciute nel passato, mi sono permessa di entrare nel tuo blog.
Spero che non ti darà fastidio.
Mi piacerebbe sapere come stai, che stai diventando, come stanno i tuoi...Se vuoi entrare in contatto,lo puoi fare per email:
laucherennes@yahoo.fr
o tramitte il mio blog su Myspace
http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendid=339238552
ciao Fabio, spero di sentirti presto.( non aver paura, sono sposata e felicissima...)
Amicalement, Laurence
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