No place (16-6-2006)
Oggi sono un po’ triste, perché me ne andrò.
E’ una cosa nuova per me.
Non sono mai andato da nessuna parte prima d’ora e non pensavo mi avrebbe fatto questo effetto. Dopotutto, è ciò che desidero da sempre.
Eppure, ora che il momento è giunto, mi sento confuso, non sono più così sicuro di volerlo.
Non è partire in sé che mi spaventa.
E’ lasciare Noplace.
Io adoro Noplace.
L’adoro fin da quando non era che un crocicchio inconsapevole di lettere.
Mio Dio, sembra passato un secolo da allora ed invece si tratta di appena, quanto, dieci anni fa?
E’ incredibile che cosa riesce a fare la tecnologia in un periodo che è breve, anche per la vita di un uomo. Si, perché è a lei che devo tutto, alla tecnologia, anche Noplace. Senza tecnologia, io non potrei stare qui a raccontarvi di Noplace e Noplace non esisterebbe, non sarebbe mai nata: non sarebbe mai andata oltre qualche manciata di lettere.
Invece, eccola qua, reale quanto Babilonia e sicuramente molto più di Babele.
Eppure, quante lotte e quante discussioni sul suo diritto ad esistere, sull’evidenza stessa della sua esistenza.Quanto è sciocca la gente.
Ricordo ancora il giorno in cui ho scoperto di vivere a Noplace.
Stavo chattando con una ragazza di Belfast, una tizia piuttosto simpatica che, per un po’, era anche riuscita a non annoiarmi con le solite banalità tipo quanto sei alto, sei sposato, ecc., anzi: avevamo addirittura parlato a lungo della questione irlandese e della difficoltà di risolvere un problema che, dopo tanto tempo, si faticava perfino a capire quando e come potesse essere nato. Poi però, come inevitabilmente capita a tutte le persone “normali”, non aveva resistito oltre e se n’era uscì con la classica domanda: “where do you live?”.
Senza un motivo preciso né, tanto meno, un secondo fine, mi ritrovai a rispondere: “No place”. Ancora oggi, mi viene di pensare che se lei fosse stata banale come lo è la maggior parte delle persone e mi avesse inviato il classico punto interrogativo, come si usa in rete, per brevità, quando si chiede una spiegazione, forse oggi non sarei qui a parlare di Noplace.
Invece, con mio enorme stupore, dopo un istante di esitazione vidi comparire a video quell’assurda domanda:” And what is Noplace like for a living?”.
Rimasi di stucco e fu allora che mi resi conto di cosa avevo appena affermato e, soprattutto, di cosa significasse, per me e per tutti quelli come me, che all’epoca ancora non ne erano consapevoli.
Da quel momento, ho passato ore ed ore, negli anni successivi, a pensare e a discutere su cosa significhi davvero “vivere” in un posto.
Ci avete mai pensato?
Se fermate qualcuno per la strada e gli chiedete a bruciapelo: “dove vivi?”, senza esitazione vi risponderà: “vivo a……”, citando il nome di una città, di un paese o, in qualche caso, di una nazione, magari se in quel momento si trova all’estero. Ovvio, no?
Se poi gli domandate perché, alla domanda “dove vivi?”, abbia risposto proprio “quella” città, paese o nazione, quella stessa persona, dopo un attimo di esitazione - e dopo avervi guardato un po’ di traverso chiedendosi se siate cerebroleso o se semplicemente lo stiate prendendo in giro - vi risponderà che, ovviamente, vive in quel posto perché quello è il posto dove ha la sua casa, i suoi affetti, i suoi amici, dove passa il suo tempo, dove si relaziona con gli altri, dove dorme, dove mangia, e così via.
Banale, no? direte voi.
Certo, almeno in apparenza.
Ora, però, provate a fare la stessa domanda ad un carcerato e chiedetegli dove vive.
Avete mai provato?
Riuscite ad immaginare la risposta?
Nella stragrande maggioranza dei casi, vi dirà che “sta” in prigione, che si “trova” in prigione, che è “costretto” in prigione. In qualche caso, potrà magari dirvi che “viveva” in un certo posto, prima di finire in prigione; oppure che intende andare a vivere in tal altro posto, una volta che sarà uscito o, ancora, che la sua famiglia vive là.
Ma mai, mai, mai, in nessun caso, vi potrà dire che “vive” in prigione.
Questo, nonostante in prigione lui ci abiti, ci mangi, ci dorma, ci lavori, abbia amici, passi la totalità del suo tempo e tessa le sue relazioni.
Cominciate a capire?
Cominciate a comprendere la sottile, si fa per dire, differenza che passa tra vivere in un posto rispetto ad essere, trovarsi, trascorrere il proprio tempo e la propria esistenza fisica in un posto?
Quella differenza, quell’apparentemente sottile linea di demarcazione semantica che traccia il confine tra vivere in un posto ed in quel posto semplicemente trovarcisi, quella differenza si chiama scelta e si pronuncia libertà. La libertà di decidere, senza costrizioni, dove essere, come starci e con chi starci.
E’ per questo che è nata Noplace ed è per questo che la amo e che ho deciso di viverci. E’ per questo la gente come me ha “bisogno” di Noplace.
Ricordo quando, ancora, non solo non avevo scoperto di vivere a Noplace, ma addirittura Noplace non esisteva, se non “in nuce”, vaga speranza, tentativo inconsapevole di rispondere ad un bisogno che, come tutti quelli come me, avevo fin troppo presente in ogni maledetto, infinito istante della mia interminabile giornata, ma che nessuno di noi sapeva, tentava o anche semplicemente pensava di poter esaudire.
A quel tempo, questa (non)speranza di Noplace era fatta di piccole cose: sevizi televisivi relegati ad ore impossibili della notte; ritagli di giornale letti piattamente da volontari svogliati; riviste deprimenti di improbabili associazioni dalla sigla altrettanto improbabile. Una sorta di mondo-non mondo, fatto di realtà isolate e distinte che si rincorrevano senza mai riuscire a raggiungersi, simili a pianeti costretti in orbite che non si intersecano mai. Era un’esistenza senza interazione, un essere senza appartenenza. Esclusi da un mondo cui non potevamo più essere parte attiva, non ci era dato di averne uno nostro.
Certo, c’erano le lettere, e c’era il telefono. Ma la maggior parte delle volte erano più una tortura che un aiuto. La difficoltà oggettiva di scrivere, la mancanza di privacy, la lentezza della posta, la brevità della chiamata o l’attesa infinita di una risposta, a ripensarci oggi mi sembrano un peso quasi insostenibile. Eppure, a modo loro furono un inizio. L’unico modo di riuscire, anche minimamente, ad essere parte di qualcosa.
Poi, un giorno, ci venne in aiuto la tecnologia.
Arrivò la Rete: e tutto cambiò.
D’improvviso, in un tempo che, rispetto al suo passato fluire, sembrò trascorrere in un battito di ciglia, una serie pressoché illimitata di possibilità si dischiuse di fronte ai nostri occhi, una più affascinante dell’altra e, un giorno dopo l’altro, in una progressione sempre più veloce, la nostra vita, la mia vita, si trasformò: e, alla fine, arrivai a Noplace.
L’avvento della tecnologia a controllo vocale, in tutto questo, rappresentò solo l’acme di un percorso di liberazione che aveva cambiato per sempre la mia vita e quella di migliaia di persone come me.
Ora, tutto era possibile.
Finalmente, ero libero di stare con chi era come me e viveva la mia stessa condizione, e potevo farlo per libera scelta e per tutto il tempo che volevo. Non ero più costretto ad attendere giorni o settimane per ricevere una lettera. Grazie alla webcam potevo vederli in volto e con l’avvento del Voip parlare per ore con loro senza preoccuparmi di potermelo permettere. Sentire la stessa musica, scambiarsi film, scrivere libri a più voci, partecipare insieme ad eventi in rete, fu come rinascere a nuova vita, entrare in un nuovo mondo.
Un mondo fatto di bit e pacchetti di dati, chioccioline ed indirizzi IP.
Un mondo dove la comunità non era condizionata da confini né da distanze; dove la tua identità era definita da un nome che tu, non altri, avevi scelto e dove potevi incontrare qualcuno per caso ma starlo a sentire solo se davvero ne avevi voglia.
Un mondo dove nessuno poteva rubarti qualcosa in più dei tuoi dati o delle tue parole e dove il danno fisico più grave che potevi ricevere era il crollo del tuo server.
Un mondo dove l’unica gerarchia era quella delle tue directories e dove l’unica forza che potevi usare era quella delle tue idee.
Dovunque ci trovassimo, qualunque lingua parlassimo, quella era, oramai, la nostra città, il nostro paese, il nostro mondo.
Così, quando, dopo che la ragazza di Belfast mi aveva aiutato a capire dove vivevo veramente, decisi di acquistare quel piccolo scoglio nel mare del nord e di chiamarlo Noplace, eleggendolo ufficialmente a nostra patria, la gente pensò che fosse un modo per rendere “fisico” ed evidente, al resto del mondo – quello cosiddetto “reale” - ciò che per me e per tutti quelli come me da tempo era già una realtà, l’unica alla quale sentissimo veramente di appartenere e l’unica che avesse permesso di dare un po’ di senso ad una vita che un senso non ce l’ha.
Tutti ne parlarono, molti criticarono, ma ben pochi capirono.
Avere un’identità geografica, essersi dati una costituzione, un parlamento, un governo: aver creato dal nulla e nel nulla della rete aver gestito uno stato, un sistema economico: avere ottenuto il riconoscimento dei principali stati europei, degli Usa e, infine, dell’Onu, in realtà erano per noi fatti del tutto irrilevanti, passaggi propedeutici a quell’unico, semplice, imprescindibile obiettivo inconfessato che tutti avevamo in comune e che nessuno, al di fuori di Noplace avrebbe mai potuto capire e condividere: poter decidere, finalmente, di morire e farlo nell’unico posto dove eravamo riusciti, almeno un po’, a vivere.
La porta della camera si aprì senza fare rumore e l’infermiera si affacciò timorosa, la testolina bionda quasi nascosta sotto la cuffia bianca troppo grande.
– Presidente, i tecnici sono qui e l’elicottero è pronto –
La voce le tremava mentre gli occhi grandi luccicavano dietro le lenti, nel tentativo di trattenere le lacrime.
Di fronte a lei, il volto sereno come quello di un bambino, si trovava l’uomo più eccezionale che le fosse capitato d’incontrare nella sua vita.
Un uomo gentile, di cui si era occupata senza interruzione negli ultimi cinque anni, accudendolo, curandolo, viziandolo, dedicandosi a lui più di quanto avrebbe potuto fare con suo marito, se ne avesse avuto uno, ricevendo in cambio molto più di quanto sarebbe mai riuscita a dargli.
Un uomo che, finalmente, oggi sarebbe andato nel posto che, nel corso di anni, era riuscito a creare insieme ad altri come lui, ma che non aveva mai potuto vedere. Uno scoglio che aveva voluto con tutte le sue forze e dove oggi, finalmente, sarebbe potuto morire.
L’uomo si voltò verso di lei sorridendo, il volto piccolo reso ancora più minuscolo dal contrasto col gigantesco polmone d’acciaio che lo conteneva sino al collo e che, da trent’anni, gli impediva di morire.
La guardò negli occhi con uno sguardo triste e sereno insieme.
– Bene – disse – sono pronto anch’io. Lo sono da trent’anni.



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