<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-31025449</id><updated>2011-10-17T08:15:57.451-07:00</updated><title type='text'>PIRO</title><subtitle type='html'>Se vorrete leggermi, mi farà piacare.
In ogni caso, buona vita.</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://piro-piro.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/31025449/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://piro-piro.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>PIRO</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10584666038609925375</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://photos1.blogger.com/blogger/2078/3340/1600/Io%20Riflette.jpg'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>4</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-31025449.post-6257732949854853595</id><published>2008-03-25T00:39:00.000-07:00</published><updated>2008-03-25T00:40:57.893-07:00</updated><title type='text'>Biglietto d'auguri</title><content type='html'>&lt;em&gt;“Non sono mai stato bravo con le parole, nonostante la mia propensione a parlare troppo. Non lo sono mai stato soprattutto quando quello che avevo da dire era importante: troppo spesso le parole sono la prigione di ciò che sentiamo, la camicia di forza di quei sentimenti che cerchiamo d’esprimere. Sono le azioni che fanno di un uomo quello che è, e le loro conseguenze, della sua vita un’eredità. Ma non avendo io la possibilità di lasciarti alcuna eredità, mi trovo costretto ad affidare alla penna quel poco che, spero, potrà aiutarti a costruire la tua: confido nella tua intelligenza affinchè tu possa comprendere quel che desidero dirti, al di là di quanto è disegnato dalle misere lettere che ne formano l’abito.&lt;br /&gt;Per gran parte della mia vita ho ceduto alla tentazione di dispensare consigli agli altri.&lt;br /&gt;Amici in difficoltà con la propria moglie, amiche logorate dalla difficoltà d’incontrare l’uomo giusto, colleghi arrabbiati con il loro capo, ex alle prese, nei loro rapporti, con le stesse incomprensioni che ci avevano portato a troncare il nostro, semplici sconosciuti incontrati per breve tempo nell’anonimo scompartimento di un treno in panne: qualunque auditorio, numeroso o meno che fosse, era appropriato per regalare ad altri perle di saggezza non richieste, apparentemente senza chiedere niente in cambio, nella realtà schiavo del desiderio di condividere con loro sofferenze che erano solo mie, alla ricerca di risposte di cui io ero il destinatario, che per primo avrei voluto ricevere.&lt;br /&gt;Non intendo farlo con te.&lt;br /&gt;Ho imparato, col tempo, che nessuno ha bisogno d’aiuto per commettere errori, perchè gli unici che servono a qualcosa nella vita, sono quelli che riusciamo a commettere da soli. Forse, è racchiusa tutta qui quella che chiamiamo saggezza.&lt;br /&gt;Quello che desidero, è farti degli auguri e donarmi delle speranze.&lt;br /&gt;Auguri non di ciò che io reputo giusto o migliore per te, chè questo solo tu potrai saperlo. Nessuno, neanche io, potrà mai dirti o anche solo suggerirti ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.&lt;br /&gt;Piuttosto, desidero augurarti quello che, avendo potuto, avrei augurato a me stesso. L’unica cosa che posso davvero offrirti senza rischio di cadere nel tranello dell’egoismo è la mia testimonianza. Offrirti quel poco che, nella mia vita, ho imparato, nella speranza, questa tutta mia, che possa esserti d’aiuto. Per crescere, per capire, per diventare un uomo che possa affrontare la vita con la dignità che tutti meritiamo.&lt;br /&gt;C’è una bella parola, nella lingua inglese, di cui non ho mai trovato una vera traduzione nella nostra pur ricca lingu; è “wish”. Racchiude in se esattamente ciò che io sento dentro in questo momento, il desiderio che si può può provare per se stessi, per il proprio soddifacimento e quello, più nobile, di dono agli altri, di augurio. Non so se il mio “wish”potrà in qualche modo esserti d’aiuto, o se invece rimarrà solo inchiostro sulla carta, come un aquilone che non ha mai spiccato il volo. Non ho il dono della veggenza nè, d’altronde, ha realmente importanza. Qualunque sia il destino di questo mio “wish”, di certo è l’unica cosa veramente onesta che un uomo possa fare, l’unica azione che la mia esperienza di uomo e la mia coscienza di essere fallibile mi concedeno di commettere senza timore di sbagliare&lt;br /&gt;Il primo augurio che desidero farti, è di riuscire ad avere coraggio.&lt;br /&gt;Si, ti auguro coraggio. Coraggio nelle sue tante forme.&lt;br /&gt;Innanzituto, il coraggio di avere dubbi.&lt;br /&gt;E’ facile vivere di certezze, puntare il dito, avanzare a testa bassa contro tutti e tutto non rispettino ciò in cui crediamo; giudicando, assolvendo, condannando, con la coscienza del giusto i cui sogni non temono assalti nella notte. Ben più difficile è accettare, ogni giorno, il rischio di dover mettere in discussione quello per cui, sino ad un attimo prima, eravamo pronti a morire, di dover ricominciare ogni volta daccapo, senza tuttavia alcuna possibilità di capire fino in fondo prima di fare ogni scelta e senza, per questo, perdere la ragione e noi stessi.&lt;br /&gt;Si, ci vuole coraggio ad avere dubbi, ma non basta.&lt;br /&gt;Occorre anche il coraggio di fare ciò che è giusto.&lt;br /&gt;Perchè concedere spazio al dubbio non significa non poter mai sapere ciò che è giusto. Solo i vigliacchi nascondono dietro la bandiera del dubbio la loro incapacità ad agire e fare ciò che è giusto. Ci vuole coraggio ad agire senza cedere alle lusinghe della scelta più facile. Mille volte, e mille altre ancora, il giusto lo troverai in fondo alla strada più aspra e tortuosa e solo il coraggio potrà aiutarti a percorrerla sino in fondo. Quel coraggio ti lascia nascondere dietro le tante scuse che il tuo intelletto inevitabilmente escogiterà per soddifare la debolezza che la nostra paura ed il nostro bisogno di essere accettati continuamente giustificano.&lt;br /&gt;Il coraggio di sbagliare.&lt;br /&gt;La vita è movimento, è cambiamento, non c’è nulla nell’immobilità, solo la morte. Non facendo nulla, non scegliendo, ci si può illudere di non sbagliare, ma questo in realtà è, per l’appunto, un’illusione, perchè anche non fare nulla per non rischiare di sbagliare è di per se una scelta, solo passiva. Ma ci vuole coraggio a scegliere attivamente, soprattutto quando le nostre scelte sono causa di sofferenza per noi stessi o, peggio, per gli altri.&lt;br /&gt;Il coraggio di perdere.&lt;br /&gt;Non ho mai creduto a coloro che proclamavano la nobiltà della sconfitta. Non c’è nessuna nobiltà in essa. Nè c’è nobiltà nell’accettare la sconfitta, solo un’infinita tristezza. Ma senza il coraggio di perdere, non può esserci vittoria, perchè solo lo stolto è incapace di pensare che può anche perdere.&lt;br /&gt;E questo mi porta al secondo augurio che desidero farti: la consapevolezza.&lt;br /&gt;Ti auguro consapevolezza.&lt;br /&gt;La consapevolezza è, forse, la cosa più importante nella vita di un uomo. Senza la consapevolezza, ogni uomo non è diverso da un qualunque animale. Il coraggio - che io tanto ti auguro - ma anche l’intelligenza, la bontà, la generosità, l’amore stesso, sono nulla senza la consapevolezza. Giacchè se sono questi i sentimenti, le emozioni, che tracciano il solco tra l’uomo e gli altri esseri viventi, è la consapevolezza ciò che rende tale solco visibile. Forse che gli animali non sono capaci di mostrare coraggio, generosità, amore?. Qualunque animale che veda il proprio piccolo minacciato da un predatore, può trovare il coraggio di affrontarlo nonostante l’istinto gli dica di non farlo. Ma egli non ha la consapevolezza che questo significherà, quasi certamente la morte, che il suo sacrificio sarà vano perchè senza di lui il suo piccolo non sopravviverà e che l’unica scelta ragionevole sarebbe di preservare se stesso, benchè l’istinto gli dica proprio questo e, spesso, sia questo che essi fanno.&lt;br /&gt;Il coraggio senza consapevolezza è come un libro bellissimo in una stanza buia. Lo possediamo, me non possiamo goderne. Senza la consapevolezza, non sarai mai in grado di distinguere quali motivazioni guidano realmente le tue azioni e qualunque cosa avrai fatto, giusta o sbagliata che sia, sarà stata solo frutto del caso o del tuo istinto, ma non di una tua scelta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Io non so se sarai un uomo giusto o no, se la tua esistenza aggiungerà un mattone al muro che guida gli uomini sulla lunga via all’essere migliori o se invece ne sottrarrà. Ma qualunque cosa finirai per essere, ti auguro di avere coraggio e consapevolezza, perchè solo così potrai essere stato tu a decidere.&lt;br /&gt;Rileggendo queste righe mi sento, devo ammetterlo, un po’ ridicolo: suonano molto come quella vecchia, bellissima poesia di Kipling, “If”; con la differenza che a me sono occorse pagine, mentre a lui sono bastate poche righe.&lt;br /&gt;Ma tant’è.&lt;br /&gt;Non ho mai avuto, ahimè, il dono della sintesi e, in fondo, poco importa.&lt;br /&gt;Quello che ti ho scritto, l’ho scritto col cuore e questa è l’unica cosa che conta.&lt;br /&gt;Almeno per me.&lt;br /&gt;E, mi auguro, anche un po’, per te,&lt;br /&gt;figlio mio"&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giovane si asciugò gli occhi mentre riponeva la vecchia lettera sgualcita ed ingiallita, nella tasca dell’elegante smoking che indossava.&lt;br /&gt;“Mi scusi signore, è l’ora: fra due minuti tocca a lei”&lt;br /&gt;Il suo assistente lo guardò perplesso nello scorgere l’umido nei suoi occhi. Non era abituato a vederlo umido in alcuna parte del suo corpo.&lt;br /&gt;“Grazie Federico, disse il giovane senza alzare lo sguardo, arrivo tra un attimo”&lt;br /&gt;Avrebbe voluto che suo padre fosse li e si chiese cosa avrebbe pensato di lui.&lt;br /&gt;Sarebbe stato orgoglioso? Sarebbe riuscito a capire quanto fosse dovuto a lui?&lt;br /&gt;Era morto una settimana dopo avergli scritto quelle righe e, probabilmente, neanche lui credeva che avrebbero davvero potuto cambiare qualcosa nella vita di suo figlio.&lt;br /&gt;Invece, ne avevano guidato ogni singolo istante.&lt;br /&gt;Aveva solo dieci anni quando suo padre era morto. Troppi per non soffrire, troppi pochi per riuscire davvero ricordare. Ma sua madre, fedele alla parola data quanto lo era stata al marito, aveva atteso al maggiore età prima di consegnargli quelle poche parole che avrebbero cambiato il suo mondo.&lt;br /&gt;“Tuo padre ha passato tutti gli ultimi mesi della sua vita a scriverle e riscriverle, gli aveva detto sua madre, e mi chiese di consegnartele come biglietto d’auguri per il tuo diciottesimo compleanno. Mi chiese anche di dirti che è l’unico vero regalo che poteva lasciarti e che era sicuro che tu avresti capito” Poi, l’aveva guardato con una dolcezza infinita. “Lo è sempre stato, fin da prima che nascessi: ha sempre avuto una fiducia smisurata in te. Mi auguro che ti possano essere d’aiuto.”&lt;br /&gt;Lui aveva rcevuto la piccola busta senza esprimere alcuna emozione apparente, poi era fuggito in camera sua e l’aveva letta.&lt;br /&gt;Una, due, tre, cento volte.&lt;br /&gt;Con le lacrime che non cessavano di uscire, impedendogli di continuare.&lt;br /&gt;Una, due, tre, mille volte.&lt;br /&gt;Da allora, non era praticamente passato un giorno nella sua vita di adulto in cui lui non avesse aperto quella lettera; a volte per leggerla, altre solo per tenerla tra le dita, come una sorta di talismano che riusciva a scacciare i timori anche nei momenti più bui.&lt;br /&gt;Da quel giorno, quelle parole, sbavate per le lacrime che vi aveva versato sopra, erano diventate il suo credo personale, il suo rosario privato, snocciolato quasi inconsciamente prima di ogni scelta, di ogni azione, dalla più semplice a quelle che avrebbero cambiato la vita sua e di migliaia di persone.&lt;br /&gt;Si sistemò il papillon un’ultima volta poi, mentre lo speaker annunciava il suo nome tra uno scroscio d’applausi, si mosse per andare a ricevere l’investitura come terzo Presidente degli Stati Uniti d’Europa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;........&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’uomo ripiegò il foglio e si asciugò con l’indice quel piccolo umido che gli bagnava gli occhi.&lt;br /&gt;Alzò la testa e con lo sguardo andò alla piccola culla in cui dormiva il piccolo.&lt;br /&gt;Era un bel racconto, quello, ne era soddisfatto.&lt;br /&gt;Non avrebbe vinto premi, non avrebbe cambiato la vita di nessuno nè, con tutta probabilità, sarebbe mai stato pubblicato.&lt;br /&gt;Ma era un buon racconto.&lt;br /&gt;L’aveva emozionato scriverlo e, per un attimo, si chiese se davvero desiderava che suo figlio un giorno lo leggesse.&lt;br /&gt;Guardò il piccolo, che proprio in quel momento si produsse in una di quelle smorfie che i bambini di pochi mesi fanno spesso quando dormono, e che fanno quasi venir voglia di mangiarli, tanto sono commoventi.&lt;br /&gt;Provò ad immaginarlo bambino, ragazzo, uomo, vecchio, ma come al solito, non ci riuscì.&lt;br /&gt;Delle mille immagini che gli si presentavano alla mente, nessuna era davvero reale, perchè tutte, lo sapeva, non erano altro che una proiezione delle sue speranze, delle sue paure, delle sue angosce, delle sue aspirazioni. Mentre quello, anche se cucciolo, era altro, era una persona: e lui temeva ed anelava di scoprire che persona fosse e che persona sarebbe diventato.&lt;br /&gt;Rilesse il racconto un’ultima volta, desiderando tanto di riuscire ad avere quel coraggio e quella consapevolezza di cui aveva scritto ed in cui davvero credeva, e soprattutto di riuscire a rappresentare per suo figlio quello che nel suo racconto il padre aveva rappresentato per il proprio.&lt;br /&gt;Ma questa era la vita reale, non un racconto, e lui era solo un uomo.&lt;br /&gt;Nè coraggioso nè vigliacco, nè peggiore nè migliore di altri.&lt;br /&gt;Solo un uomo, con tutta la sua ignoranza e la sua fallibilità&lt;br /&gt;Si augurò solo, in un modo o nell’altro, di riuscire ad essere un padre decente.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/31025449-6257732949854853595?l=piro-piro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://piro-piro.blogspot.com/feeds/6257732949854853595/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=31025449&amp;postID=6257732949854853595&amp;isPopup=true' title='1 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/31025449/posts/default/6257732949854853595'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/31025449/posts/default/6257732949854853595'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://piro-piro.blogspot.com/2008/03/biglietto-dauguri.html' title='Biglietto d&apos;auguri'/><author><name>PIRO</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10584666038609925375</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://photos1.blogger.com/blogger/2078/3340/1600/Io%20Riflette.jpg'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-31025449.post-115315597964734784</id><published>2006-07-17T10:05:00.000-07:00</published><updated>2006-07-19T07:54:07.610-07:00</updated><title type='text'>Beppe (29-06-2006)</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:arial;font-size:85%;"&gt;Beppe sbuffò, cercando di sistemare meglio il suo pesante fondoschiena sul sedile della sedia, troppo piccolo ormai per contenere le conseguenze della sua inattività forzata.&lt;br /&gt;Niente da fare.&lt;br /&gt;Lui odiava i treni.&lt;br /&gt;Li odiava già da prima, quando ancora era costretto, per lavoro o per vacanza, a prenderli, quando non era ancora in grado di permettersi l’aereo; e li odiava ancora di più ora, che era costretto a farsi trasportare anche solo per salirvi.&lt;br /&gt;Ma “questo”, poi!&lt;br /&gt;“Questo” non aveva davvero termini di paragone.&lt;br /&gt;Non c’erano aggettivi per descrivere il disgusto che provava di fronte a quella marmaglia di variegata umanità che gemeva speranzosa nei vagoni, lungo i corridoi, perfino nei cessi, campionario completo dell’indifferenza di quel Dio in cui tutti, nessuno escluso, confidavano e che non avrebbe invece potuto trovare modo più esplicito per manifestare il suo assoluto disinteresse per quelle piccole creature di cui si arrogava il diritto di essere creatore.&lt;br /&gt;Ciechi, sordi, muti, paralitici, cerebrolesi, malati terminali, malati di sclerosi multipla, macrocefali, malati di spina bifida, tetraplegici, narcolettici, depressi cronici, tutto quanto, o quasi, era possibile trovare nell’elenco delle malattie ufficialmente riconosciute dall’OMS era rappresentato in quella lunga serie di vagoni, come un gigantesco j’accuse semovente che puntava il dito contro un Dio che si dice buono e misericordioso ma che quell’elenco non l’accorcia mai.&lt;br /&gt;Cristo Santo, ma com’era stato possibile, come aveva potuto accettare questo, come aveva potuto farsi incastrare così?&lt;br /&gt;Lui, il campione del pragmatismo, della razionalità, del cinismo! Che diavolo ci faceva su un treno diretto a Lourdes?&lt;br /&gt;Sbuffò nuovamente, cercando istintivamente, come prima, di sistemarsi meglio sul sedile della sedia a rotelle che da due anni ormai era le sue gambe, le sue braccia, il suo scheletro; e come prima, e sempre negli ultimi due anni, il suo corpo si rifiutò, ovviamente, di obbedire. E’ incredibile come il cervello sia restio ad accettare l’evidenza del corpo anche tempo dopo che questa si è manifestata. Tetraplegia, nel suo caso.&lt;br /&gt;Stizzito, si voltò verso sinistra e fissò la risposta alla sua domanda.&lt;br /&gt;Sul sedile accanto a lui, Irma, sua sorella, sonnecchiava con il capo appoggiato al finestrino.&lt;br /&gt;Beppe ne seguì il profilo, imbronciato anche nel sonno, con la piccola fossetta lasciata sulla punta del naso dalla varicella, le guance leggermente paffute e con un lieve ricordo di lentiggini che la facevano sembrare una ragazzina anche a trentatré anni e le viscere gli si contorsero in un moto di tenerezza.&lt;br /&gt;Avrebbe avuto bisogno di svegliarla, ora.&lt;br /&gt;Le mutande, incastratesi tra i glutei, lo fasciavano troppo stretto sopra i testicoli, come bende sui piedi di una geisha, e la posizione del busto, modificatasi per le scosse del treno, cominciava a provocargli delle fitte fastidiose all’altezza dei fianchi.&lt;br /&gt;Ma non aveva il coraggio di chiamarla.&lt;br /&gt;Dormiva così bene.&lt;br /&gt;Per la prima volta, da parecchi mesi, sembrava finalmente serena.&lt;br /&gt;Stringendo i denti, deciso a sopportare ancora un po’ il fastidio, Beppe pensò a quanto fossero simili eppure così diversi, lui e Irma, quasi agli antipodi.&lt;br /&gt;Certo, come lui, anche lei era intelligente e molto colta. Come lui, amava viaggiare, leggere, conoscere il mondo. Lavorava in una grande multinazionale, navigava e chattava in internet, viveva da sola in un appartamento in centro. Era, in tutto e per tutto, una donna moderna, emancipata, “con le palle” avrebbero detto alcuni.&lt;br /&gt;Eppure, tutto questo non le aveva impedito di continuare ad essere una credente convinta e devota, fermamente votata a “vivere”, non solo a proclamare, quella fede che, da sempre, era il fulcro su cui ruotava la sua intera esistenza.&lt;br /&gt;Lui, al contrario, nell’intelligenza, nella cultura, nella conoscenza del mondo che lo circondava, aveva solo trovato terreno fertile per coltivare il seme di quel dubbio di fede che, legittimo in ciascuno, in lui si era via via ingigantito, alimentato da una razionalità che gli apparteneva non meno di quanto lui appartenesse alla specie dei mammiferi, trasformandosi prima in incertezza, poi in sfiducia ed infine in un pragmatico agnosticismo.&lt;br /&gt;Ma questo non gli aveva consentito di rifiutare a sua sorella quello che da un anno, senza sosta, lei gli chiedeva. Lo chiedeva con leggerezza, senza essere troppo angosciante, a volte in modo quasi spensierato. Eppure, al tempo stesso c’erano in lei una solidità ed una determinazione che lo lasciavano sconcertato.&lt;br /&gt;“Non ti chiedo di farlo per te, non ti chiedo di crederci” gli diceva “Ti chiedo solo di farlo. Per me. Non c’è bisogno che tu creda o che preghi, quello posso farlo io per entrambi. Ma non posso andare al tuo posto. Per quello ho bisogno di te”.&lt;br /&gt;Avevano discusso, ragionato, pianto, litigato.&lt;br /&gt;Aveva cercato di spiegargli che non poteva accettare qualcosa che andava esattamente contro le sue convinzioni, ciò in cui credeva, la sua stessa natura; aveva tentato di spiegarle che non c’era niente di personale in questo, nessuna pretesa di giudicare.&lt;br /&gt;Ma non era servito a nulla.&lt;br /&gt;Alla fine, dopo un anno, aveva ceduto.&lt;br /&gt;Perché Beppe adorava sua sorella. Era l’unica persona al mondo che amava davvero, forse l’unica che avesse mai amato in vita sua, e per lei, per lei soltanto, avrebbe fatto qualunque cosa, affrontato qualunque rinuncia o sacrificio.&lt;br /&gt;Persino farsi mettere su un treno diretto a Lourdes.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo, però, non significava che dovesse piacergli.&lt;br /&gt;Non poteva evitare di provare disgusto di fronte a quell’orda di carne sudata, di afflati pestilenziali, di labbra bavose, di gemiti osceni. La puzza di vecchio era ovunque, aleggiava come nebbia su una palude e, peggio di quella, la puzza del dolore o, a volte, della morte.&lt;br /&gt;Il disgusto, però, era solo l’ombra di quello che realmente suscitava in lui quella massa di umanità.&lt;br /&gt;Quello che provava davvero era pietà.&lt;br /&gt;E rabbia.&lt;br /&gt;Rabbia e pietà.&lt;br /&gt;Pietà per quella massa di gente ignorante, disposta ad affrontare disagi ed umiliazioni superiori alle loro forze nella flebile speranza che un tuffo in una specie di piscina, dove una ragazzina un tempo ha detto di aver avuto una visione, potesse riparare i loro midolli, far ricrescere le loro sinapsi, rigenerare le loro cornee.&lt;br /&gt;Quella gente che ignorava che, delle centinaia di migliaia di pellegrini che ogni anno si recano a Lourdes, nessuno si è mai alzato in piedi d’improvviso da una sedia a rotelle; che ignorava che i miracoli ufficialmente riconosciuti in 150 anni dalla chiesa, le cosiddette “guarigioni inspiegabili”, sono meno di una settantina su oltre venti milioni di malati portati li; che la percentuale di queste guarigioni è cento volte più bassa di quella che si registra in media negli ospedali di tutto il mondo. La maggior parte di quella gente non sapeva, perché non ne aveva il modo, tutto questo e molto altro.&lt;br /&gt;Ma questa era solo una parte del tutto.&lt;br /&gt;Perché a Lourdes si stima si siano recati almeno trecento milioni di pellegrini nel corso del tempo: e tra questi, non fosse altro che per una questione statistica, non si può certo pensare che ci fossero solo ignoranti. E per Beppe, l’ignoranza non era non sapere, ma non avere modo di sapere. Quando il non sapere diventava una scelta, diventava inerzia della mente e della volontà, allora non si poteva più parlare d’ignoranza: allora la sua pietà diventava rabbia.&lt;br /&gt;Quella rabbia che Beppe provava, appunto, per tutti quelli che, scientemente o inconsapevolmente, avevano deciso di non sapere o, peggio, d’ignorare.&lt;br /&gt;Ignorare la realtà scientifica, fatta di materia, di cellule, molecole, atomi, elettroni, quark, gluoni: ignorare come tutta questa realtà, fino alla più infinitesimale delle sue componenti sia soggetta a leggi, a forze fondamentali, che sono immutabili e dalle quali non si può prescindere, non in questo universo almeno.&lt;br /&gt;Per quella gente, l’evidenza scientifica, sperimentale o statistica, diventava soltanto espressione dell’orgoglio di coloro che, nella loro ricerca del sapere non accettano di non potere essere uguali a Dio. Per quella gente, l’effetto placebo, il controllo in doppio cieco, la significatività statistica di un evento, erano solo parole incomprensibili di cui si riempiono la bocca coloro che non riescono ad ammettere la propria piccolezza di fronte a Dio.&lt;br /&gt;L’unica cosa che contava, per loro, era abbandonarsi a quel desiderio, innato certo, ma non per questo meno devastante, di trovare una risposta che non sia il caso, di dare a quella risposta un volto non umano, e di affidare a quel volto la responsabilità di quella risposta, che non avevano la forza o coraggio di cercare in se stessi.&lt;br /&gt;Per loro, Beppe provava soltanto rabbia.&lt;br /&gt;Rabbia e disprezzo.&lt;br /&gt;Troppo comodo affidarsi ad un Dio solo perché ne hai bisogno, dimenticando tutto il resto. Dimenticando che per credere non basta soltanto credere che Lui esista. Ma devi anche accettare tutto il resto.&lt;br /&gt;Devi accettare che tutto quello che di Lui ci hanno detto e scritto - e che degli uomini hanno deciso essere vero o apocrifo a seconda dei casi - sia realmente vero.&lt;br /&gt;Che quel Dio ci ha creato.&lt;br /&gt;Che ci ha creato a sua immagine e somiglianza.&lt;br /&gt;Che dopo averci creati è venuto tra noi e si è fatto uomo.&lt;br /&gt;Che quell’uomo era di carne e sangue.&lt;br /&gt;Che è morto e poi è resuscitato.&lt;br /&gt;Che tutto questo l’ha fatto per redimerci dei nostri peccati.&lt;br /&gt;Ma, soprattutto, che l’ha fatto esattamente per “noi”.&lt;br /&gt;Noi.&lt;br /&gt;Che siamo meno di un battito di ciglia nell’evoluzione della vita su questo pianeta.&lt;br /&gt;Che si trova in uno dei nonsisannoquanti sistemi solari di una ammasso di stelle&lt;br /&gt;Che fa parte di nonsisaquanti ammassi di stelle di una galassia.&lt;br /&gt;Che è solo una delle nonsisaquante galassie del nostro universo&lt;br /&gt;Un universo che non riusciamo neanche lontanamente a stimare quanto sia grande.&lt;br /&gt;Un universo che, oltretutto, non siamo neanche certi essere l’unico.&lt;br /&gt;No, troppo comodo.&lt;br /&gt;Beppe poteva accettare l’ignoranza ed averne pietà, ma non la scelta d’ignorare.&lt;br /&gt;Non poteva, perché lui aveva tentato, aveva tentato di credere e di capire: e ora sapeva che si può solo fallire.&lt;br /&gt;Mentre il treno lo cullava ed il rumore teneva lontani i gemiti che lo circondavano, ripensò ai giorni della sua ricerca.&lt;br /&gt;Quante notti aveva trascorso sveglio, a leggere, ad informarsi, per cercare un appiglio, uno solo, che lasciasse alla sua onestà intellettuale un barlume di speranza, una sincera possibilità di dubbio? Quanto tempo aveva passato in chiesa, inginocchiato sul duro legno di una panca, a cercare quella fede che la sua anima bramava, la sua piccolezza di uomo esigeva ma la sua ragione osteggiava?&lt;br /&gt;Dopo l’incidente, quando l’unica cosa che desiderava era addormentarsi senza risvegliarsi mai più, aveva trascorso mesi ad urlare contro quel Dio che tanto si pavoneggiava sulle miserie dell’uomo ma che mai aveva il coraggio di presentarsi a condividere il conto che la vita esigeva.&lt;br /&gt;L’aveva insultato, odiato, implorato, sbeffeggiato, sfidato, minacciato, pregato, interrogato, provocato; ma l’unica risposta era stata il silenzio della sua stanza, interrotto soltanto dal suo pianto e dal respiro affannoso dell’infermiera, intenta a girarlo nel letto, per impedire alle piaghe di formarsi, e per pulirlo dalla sua merda.&lt;br /&gt;Poi, il pianto si era esaurito.&lt;br /&gt;La merda no, quella era rimasta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Arrivato davanti alle piscine, Beppe rabbrividì, nonostante il caldo e l’afa.&lt;br /&gt;Nei due giorni che erano occorsi per completare i momenti essenziali del pellegrinaggio, la messa dei malati, la processione, la visita alla grotta, non aveva potuto evitare che l’atmosfera del luogo lo impregnasse. Nonostante la miriade di bancarelle, ristoranti, alberghi e pensioni che ricoprivano ogni luogo come una micosi del guadagno e che gli avevano fatto desiderare di essere normale solo per poter imbracciare un’ascia e raderli al suolo, non poté impedire che quella sensazione di speranza ed affidamento, illusione e desiderio che permeava i luoghi di preghiera e devozione pian piano lo avvolgesse, come uno scialle ripara dal vento e riesce, per qualche istante, a impedire che il calore fugga dal corpo.&lt;br /&gt;Nulla era cambiato nella sua mente.&lt;br /&gt;Continuava a chiedersi cosa c’entrasse con tutto questo, con le file interminabili, con le benedizioni di massa, con quel business del dolore che gridava vendetta per i sacrifici che tanta povera gente era stata costretta a fare solo per essere li.&lt;br /&gt;Ciò nonostante, in quei due giorni, qualcosa era cambiato nelle sue percezioni.&lt;br /&gt;Quella massa gemente che tanto l’aveva disgustato quando era sul treno bianco, ora cominciava ad apparirgli in una luce diversa.&lt;br /&gt;Oltre la puzza, la bava, i lamenti, ora riusciva a vedere qualcos’altro.&lt;br /&gt;Riusciva a vedere la sofferenza, il dolore vero, come quello che lui aveva provato, la disperazione. Ma anche la speranza, la tenacia, la voglia di vivere. Nello struscio dei corpi, nel caldo delle attese, nell’ipossia delle adunanze, quella che riteneva becera credulità dettata dall’ignoranza o dalla vigliaccheria, si era rivelata per ciò che era: accettazione consapevole della propria miseria e desiderio di affidarsi senza illusioni ad una speranza che neanche al più meschino degli uomini può essere negata.&lt;br /&gt;In tutto questo, Irma era sempre stata al suo fianco, salda e discreta, presente senza invadere, muta testimone della sua trasformazione.&lt;br /&gt;Anche in quel momento lei era li e Beppe poté percepirne la forza interiore come mai gli era accaduto fino a quel momento.&lt;br /&gt;Con quel suo viso da ragazzina ed il suo corpo esile, emanava una serenità ed solidità che lui, si rese conto, non avrebbe mai raggiunto nella sua vita. La invidiava per questo, di quell’invidia benevola che si prova solo verso chi si ama e fu felice, finalmente, di essere lì e di essere con lei.&lt;br /&gt;Irma si accorse che il fratello la stava guardando e, con semplicità, gli sorrise.&lt;br /&gt;“Sei pronto?” chiese&lt;br /&gt;Beppe la guardò, guardò l’acqua nella vasca di fronte a lui ed annuì.&lt;br /&gt;Con la mente che ironicamente si chiedeva quante malattie avrebbe rischiato di prendersi in quel ricettacolo di microbi e l’anima calda per quanto quel momento gli stava dando, lasciò che gli inservienti lo afferrassero di peso e lo depositassero a sedere nella vasca. Poi, mentre ancora i due uomini lo sorreggevano saldamente per le ascelle, Irma entrò con lui nella vasca e, dopo averlo guardato con più amore di quanto lui pensasse potesse esserci in un occhio umano, lo abbracciò e lo fece immergere con lei.&lt;br /&gt;Quando riemersero, dopo qualche istante, Irma era di nuovo di fronte a lui e lo guardava ancora, con tutto l’amore del mondo. Ma stavolta, nel suo sguardo c’era anche una gioia che lui non vi aveva mai visto prima e che non avrebbe più visto dopo. Poi, seguendone lo sguardo, vide i propri piedi, le sue gambe, il suo busto e si rese conto che non c’era più nulla a tenerli su, se non la loro stessa forza, e l’amore di Irma a pochi centimetri da lui.&lt;br /&gt;Nel momento in cui realizzò questo, il suo cuore si gonfiò, come può gonfiarsi un fiume la cui diga si dissolva e mentre le lacrime correvano verso la libertà, il suo sguardo incontrò di nuovo quello della sorella, la cosa più bella che la vita gli avesse mai offerto.&lt;br /&gt;Poi il buio l’inghiottì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seduta nell’ombra del suo piccolo appartamento, Irma spiegò il foglio che teneva nella tasca della giacca, per la prima volta da quando glielo avevano consegnato, una settimana prima, nell’ospedale di Lourdes.&lt;br /&gt;Lo fissò.&lt;br /&gt;Era scritto in francese, ma non aveva bisogno di leggerlo, sapeva perfettamente cosa c’era scritto.&lt;br /&gt;Infarto del miocardio.&lt;br /&gt;Il dottore aveva detto che può succedere, anche in un cuore sano come quello di suo fratello, quando un’emozione troppo forte ci colpisce.&lt;br /&gt;Non era sorpresa Irma, come non lo era stata nel momento in cui suo fratello, un attimo prima dritto come una quercia di fronte a lei, si era accasciato senza vita ai suoi piedi.&lt;br /&gt;Anzi, era felice.&lt;br /&gt;Certo, soffriva, soffriva tantissimo, ed avrebbe continuato a soffrire sempre per la mancanza di Beppe.&lt;br /&gt;Adorava suo fratello, l’adorava più di quanto lui avrebbe mai potuto immaginare.&lt;br /&gt;Ma era felice.&lt;br /&gt;Era infinitamente felice.&lt;br /&gt;Perché sapeva quel che aveva visto negli occhi di suo fratello un attimo prima che la lasciasse.&lt;br /&gt;Lui opera in modo strano, questo l’aveva sempre saputo e qualche volta è davvero difficile da sopportare.&lt;br /&gt;Ma ora lei aveva visto, e sapeva.&lt;br /&gt;Sapeva che, un attimo prima di morire, suo fratello aveva visto Dio.&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/31025449-115315597964734784?l=piro-piro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://piro-piro.blogspot.com/feeds/115315597964734784/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=31025449&amp;postID=115315597964734784&amp;isPopup=true' title='2 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/31025449/posts/default/115315597964734784'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/31025449/posts/default/115315597964734784'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://piro-piro.blogspot.com/2006/07/beppe-29-06-2006.html' title='Beppe (29-06-2006)'/><author><name>PIRO</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10584666038609925375</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://photos1.blogger.com/blogger/2078/3340/1600/Io%20Riflette.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-31025449.post-115315589503372482</id><published>2006-07-17T10:01:00.000-07:00</published><updated>2006-07-19T07:52:10.136-07:00</updated><title type='text'>No place (16-6-2006)</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:arial;font-size:85%;"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;Oggi sono un po’ triste, perché me ne andrò.&lt;br /&gt;E’ una cosa nuova per me.&lt;br /&gt;Non sono mai andato da nessuna parte prima d’ora e non pensavo mi avrebbe fatto questo effetto. Dopotutto, è ciò che desidero da sempre.&lt;br /&gt;Eppure, ora che il momento è giunto, mi sento confuso, non sono più così sicuro di volerlo.&lt;br /&gt;Non è partire in sé che mi spaventa.&lt;br /&gt;E’ lasciare Noplace.&lt;br /&gt;Io adoro Noplace.&lt;br /&gt;L’adoro fin da quando non era che un crocicchio inconsapevole di lettere.&lt;br /&gt;Mio Dio, sembra passato un secolo da allora ed invece si tratta di appena, quanto, dieci anni fa?&lt;br /&gt;E’ incredibile che cosa riesce a fare la tecnologia in un periodo che è breve, anche per la vita di un uomo. Si, perché è a lei che devo tutto, alla tecnologia, anche Noplace. Senza tecnologia, io non potrei stare qui a raccontarvi di Noplace e Noplace non esisterebbe, non sarebbe mai nata: non sarebbe mai andata oltre qualche manciata di lettere.&lt;br /&gt;Invece, eccola qua, reale quanto Babilonia e sicuramente molto più di Babele.&lt;br /&gt;Eppure, quante lotte e quante discussioni sul suo diritto ad esistere, sull’evidenza stessa della sua esistenza.Quanto è sciocca la gente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricordo ancora il giorno in cui ho scoperto di vivere a Noplace.&lt;br /&gt;Stavo chattando con una ragazza di Belfast, una tizia piuttosto simpatica che, per un po’, era anche riuscita a non annoiarmi con le solite banalità tipo quanto sei alto, sei sposato, ecc., anzi: avevamo addirittura parlato a lungo della questione irlandese e della difficoltà di risolvere un problema che, dopo tanto tempo, si faticava perfino a capire quando e come potesse essere nato. Poi però, come inevitabilmente capita a tutte le persone “normali”, non aveva resistito oltre e se n’era uscì con la classica domanda: “where do you live?”.&lt;br /&gt;Senza un motivo preciso né, tanto meno, un secondo fine, mi ritrovai a rispondere: “No place”. Ancora oggi, mi viene di pensare che se lei fosse stata banale come lo è la maggior parte delle persone e mi avesse inviato il classico punto interrogativo, come si usa in rete, per brevità, quando si chiede una spiegazione, forse oggi non sarei qui a parlare di Noplace.&lt;br /&gt;Invece, con mio enorme stupore, dopo un istante di esitazione vidi comparire a video quell’assurda domanda:” And what is Noplace like for a living?”.&lt;br /&gt;Rimasi di stucco e fu allora che mi resi conto di cosa avevo appena affermato e, soprattutto, di cosa significasse, per me e per tutti quelli come me, che all’epoca ancora non ne erano consapevoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da quel momento, ho passato ore ed ore, negli anni successivi, a pensare e a discutere su cosa significhi davvero “vivere” in un posto.&lt;br /&gt;Ci avete mai pensato?&lt;br /&gt;Se fermate qualcuno per la strada e gli chiedete a bruciapelo: “dove vivi?”, senza esitazione vi risponderà: “vivo a……”, citando il nome di una città, di un paese o, in qualche caso, di una nazione, magari se in quel momento si trova all’estero. Ovvio, no?&lt;br /&gt;Se poi gli domandate perché, alla domanda “dove vivi?”, abbia risposto proprio “quella” città, paese o nazione, quella stessa persona, dopo un attimo di esitazione - e dopo avervi guardato un po’ di traverso chiedendosi se siate cerebroleso o se semplicemente lo stiate prendendo in giro - vi risponderà che, ovviamente, vive in quel posto perché quello è il posto dove ha la sua casa, i suoi affetti, i suoi amici, dove passa il suo tempo, dove si relaziona con gli altri, dove dorme, dove mangia, e così via.&lt;br /&gt;Banale, no? direte voi.&lt;br /&gt;Certo, almeno in apparenza.&lt;br /&gt;Ora, però, provate a fare la stessa domanda ad un carcerato e chiedetegli dove vive.&lt;br /&gt;Avete mai provato?&lt;br /&gt;Riuscite ad immaginare la risposta?&lt;br /&gt;Nella stragrande maggioranza dei casi, vi dirà che “sta” in prigione, che si “trova” in prigione, che è “costretto” in prigione. In qualche caso, potrà magari dirvi che “viveva” in un certo posto, prima di finire in prigione; oppure che intende andare a vivere in tal altro posto, una volta che sarà uscito o, ancora, che la sua famiglia vive là.&lt;br /&gt;Ma mai, mai, mai, in nessun caso, vi potrà dire che “vive” in prigione.&lt;br /&gt;Questo, nonostante in prigione lui ci abiti, ci mangi, ci dorma, ci lavori, abbia amici, passi la totalità del suo tempo e tessa le sue relazioni.&lt;br /&gt;Cominciate a capire?&lt;br /&gt;Cominciate a comprendere la sottile, si fa per dire, differenza che passa tra vivere in un posto rispetto ad essere, trovarsi, trascorrere il proprio tempo e la propria esistenza fisica in un posto?&lt;br /&gt;Quella differenza, quell’apparentemente sottile linea di demarcazione semantica che traccia il confine tra vivere in un posto ed in quel posto semplicemente trovarcisi, quella differenza si chiama scelta e si pronuncia libertà. La libertà di decidere, senza costrizioni, dove essere, come starci e con chi starci.&lt;br /&gt;E’ per questo che è nata Noplace ed è per questo che la amo e che ho deciso di viverci. E’ per questo la gente come me ha “bisogno” di Noplace.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ricordo quando, ancora, non solo non avevo scoperto di vivere a Noplace, ma addirittura Noplace non esisteva, se non “in nuce”, vaga speranza, tentativo inconsapevole di rispondere ad un bisogno che, come tutti quelli come me, avevo fin troppo presente in ogni maledetto, infinito istante della mia interminabile giornata, ma che nessuno di noi sapeva, tentava o anche semplicemente pensava di poter esaudire.&lt;br /&gt;A quel tempo, questa (non)speranza di Noplace era fatta di piccole cose: sevizi televisivi relegati ad ore impossibili della notte; ritagli di giornale letti piattamente da volontari svogliati; riviste deprimenti di improbabili associazioni dalla sigla altrettanto improbabile. Una sorta di mondo-non mondo, fatto di realtà isolate e distinte che si rincorrevano senza mai riuscire a raggiungersi, simili a pianeti costretti in orbite che non si intersecano mai. Era un’esistenza senza interazione, un essere senza appartenenza. Esclusi da un mondo cui non potevamo più essere parte attiva, non ci era dato di averne uno nostro.&lt;br /&gt;Certo, c’erano le lettere, e c’era il telefono. Ma la maggior parte delle volte erano più una tortura che un aiuto. La difficoltà oggettiva di scrivere, la mancanza di privacy, la lentezza della posta, la brevità della chiamata o l’attesa infinita di una risposta, a ripensarci oggi mi sembrano un peso quasi insostenibile. Eppure, a modo loro furono un inizio. L’unico modo di riuscire, anche minimamente, ad essere parte di qualcosa.&lt;br /&gt;Poi, un giorno, ci venne in aiuto la tecnologia.&lt;br /&gt;Arrivò la Rete: e tutto cambiò.&lt;br /&gt;D’improvviso, in un tempo che, rispetto al suo passato fluire, sembrò trascorrere in un battito di ciglia, una serie pressoché illimitata di possibilità si dischiuse di fronte ai nostri occhi, una più affascinante dell’altra e, un giorno dopo l’altro, in una progressione sempre più veloce, la nostra vita, la mia vita, si trasformò: e, alla fine, arrivai a Noplace.&lt;br /&gt;L’avvento della tecnologia a controllo vocale, in tutto questo, rappresentò solo l’acme di un percorso di liberazione che aveva cambiato per sempre la mia vita e quella di migliaia di persone come me.&lt;br /&gt;Ora, tutto era possibile.&lt;br /&gt;Finalmente, ero libero di stare con chi era come me e viveva la mia stessa condizione, e potevo farlo per libera scelta e per tutto il tempo che volevo. Non ero più costretto ad attendere giorni o settimane per ricevere una lettera. Grazie alla webcam potevo vederli in volto e con l’avvento del Voip parlare per ore con loro senza preoccuparmi di potermelo permettere. Sentire la stessa musica, scambiarsi film, scrivere libri a più voci, partecipare insieme ad eventi in rete, fu come rinascere a nuova vita, entrare in un nuovo mondo.&lt;br /&gt;Un mondo fatto di bit e pacchetti di dati, chioccioline ed indirizzi IP.&lt;br /&gt;Un mondo dove la comunità non era condizionata da confini né da distanze; dove la tua identità era definita da un nome che tu, non altri, avevi scelto e dove potevi incontrare qualcuno per caso ma starlo a sentire solo se davvero ne avevi voglia.&lt;br /&gt;Un mondo dove nessuno poteva rubarti qualcosa in più dei tuoi dati o delle tue parole e dove il danno fisico più grave che potevi ricevere era il crollo del tuo server.&lt;br /&gt;Un mondo dove l’unica gerarchia era quella delle tue directories e dove l’unica forza che potevi usare era quella delle tue idee.&lt;br /&gt;Dovunque ci trovassimo, qualunque lingua parlassimo, quella era, oramai, la nostra città, il nostro paese, il nostro mondo.&lt;br /&gt;Così, quando, dopo che la ragazza di Belfast mi aveva aiutato a capire dove vivevo veramente, decisi di acquistare quel piccolo scoglio nel mare del nord e di chiamarlo Noplace, eleggendolo ufficialmente a nostra patria, la gente pensò che fosse un modo per rendere “fisico” ed evidente, al resto del mondo – quello cosiddetto “reale” - ciò che per me e per tutti quelli come me da tempo era già una realtà, l’unica alla quale sentissimo veramente di appartenere e l’unica che avesse permesso di dare un po’ di senso ad una vita che un senso non ce l’ha.&lt;br /&gt;Tutti ne parlarono, molti criticarono, ma ben pochi capirono.&lt;br /&gt;Avere un’identità geografica, essersi dati una costituzione, un parlamento, un governo: aver creato dal nulla e nel nulla della rete aver gestito uno stato, un sistema economico: avere ottenuto il riconoscimento dei principali stati europei, degli Usa e, infine, dell’Onu, in realtà erano per noi fatti del tutto irrilevanti, passaggi propedeutici a quell’unico, semplice, imprescindibile obiettivo inconfessato che tutti avevamo in comune e che nessuno, al di fuori di Noplace avrebbe mai potuto capire e condividere: poter decidere, finalmente, di morire e farlo nell’unico posto dove eravamo riusciti, almeno un po’, a vivere.&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;La porta della camera si aprì senza fare rumore e l’infermiera si affacciò timorosa, la testolina bionda quasi nascosta sotto la cuffia bianca troppo grande.&lt;br /&gt;– Presidente, i tecnici sono qui e l’elicottero è pronto –&lt;br /&gt;La voce le tremava mentre gli occhi grandi luccicavano dietro le lenti, nel tentativo di trattenere le lacrime.&lt;br /&gt;Di fronte a lei, il volto sereno come quello di un bambino, si trovava l’uomo più eccezionale che le fosse capitato d’incontrare nella sua vita.&lt;br /&gt;Un uomo gentile, di cui si era occupata senza interruzione negli ultimi cinque anni, accudendolo, curandolo, viziandolo, dedicandosi a lui più di quanto avrebbe potuto fare con suo marito, se ne avesse avuto uno, ricevendo in cambio molto più di quanto sarebbe mai riuscita a dargli.&lt;br /&gt;Un uomo che, finalmente, oggi sarebbe andato nel posto che, nel corso di anni, era riuscito a creare insieme ad altri come lui, ma che non aveva mai potuto vedere. Uno scoglio che aveva voluto con tutte le sue forze e dove oggi, finalmente, sarebbe potuto morire.&lt;br /&gt;L’uomo si voltò verso di lei sorridendo, il volto piccolo reso ancora più minuscolo dal contrasto col gigantesco polmone d’acciaio che lo conteneva sino al collo e che, da trent’anni, gli impediva di morire.&lt;br /&gt;La guardò negli occhi con uno sguardo triste e sereno insieme.&lt;br /&gt;– Bene – disse – sono pronto anch’io. Lo sono da trent’anni.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/31025449-115315589503372482?l=piro-piro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://piro-piro.blogspot.com/feeds/115315589503372482/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=31025449&amp;postID=115315589503372482&amp;isPopup=true' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/31025449/posts/default/115315589503372482'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/31025449/posts/default/115315589503372482'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://piro-piro.blogspot.com/2006/07/no-place-16-6-2006.html' title='No place (16-6-2006)'/><author><name>PIRO</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10584666038609925375</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://photos1.blogger.com/blogger/2078/3340/1600/Io%20Riflette.jpg'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-31025449.post-115315430124854503</id><published>2006-07-17T09:34:00.000-07:00</published><updated>2006-07-19T07:53:39.003-07:00</updated><title type='text'>Il Nemico (1-02-2006)</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:arial;font-size:85%;"&gt;Solo, nel suo studio privato, Mohamed alzò lentamente gli occhi verso l’immagine riflessa nel grande specchio.&lt;br /&gt;I suoi occhi scuri, profondi, seguirono i contorni del viso d’ebano dai tratti regolari, cui le sottili rughe che la vita vi aveva scolpito nulla avevano tolto della bellezza di un tempo, donandogli piuttosto quell’aura di saggezza che era necessaria alla sua immagine quanto l’abito che indossava.&lt;br /&gt;Quell’immagine scura, che veniva da lontano, il mondo l’aveva attesa, trepidante, per anni, come il condannato nella sua cella attende l’arrivo della grazia.&lt;br /&gt;Nessuno, tuttavia, poteva immaginare quanto “lui” l’avesse voluta, cercata, attesa. Nessuno avrebbe mai saputo quanto grande era stato il sacrificio.&lt;br /&gt;Aveva dedicato tutta la vita, la sua intera esistenza, a lavorare, un giorno dopo l’altro, senza pause o distrazioni, per arrivare a quello che ora, dopo cinquant’anni di assoluta dedizione, era lì, riflesso davanti ai suoi occhi, sogno impossibile fattosi realtà, sintesi ultima di tutto quanto dava un senso al suo esistere.&lt;br /&gt;No, nessuno avrebbe mai potuto immaginare quanto gli era costato.&lt;br /&gt;Con la mente andò indietro a quel giorno lontano, in cui tutto era iniziato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il fragore dell’esplosione riecheggiò nella sua mente, assordante e distruttivo come allora.&lt;br /&gt;Rivide il corpo di suo fratello dilaniato dall’esplosivo, penzolante dagli spunzoni di lamiera contorti come le decorazioni di un grottesco albero di natale.&lt;br /&gt;Come ogni giorno da allora, rivisse l’odio incommensurabile che l’aveva travolto, il desiderio di distruzione, la volontà di annientare che era esplosa in lui: ed insieme, rivisse la consapevolezza che all’odio si era accompagnata, improvvisa come una luce che acceca e che avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza.&lt;br /&gt;Non era quello il modo.&lt;br /&gt;La violenza, l’uso della forza, l’uccisione fisica del nemico non avrebbero mai portato da nessuna parte. Non si può sperare di ripetere in eterno la favola di David e Golia. Non si può pensare di distruggere l’esercito più grande e potente del mondo, ed i suoi alleati, combattendoli con poco più che sassi e pietre. Soprattutto, non si può sacrificare quell’unica vita che ci è stata data per distruggerne poche decine, qualche migliaio al massimo se sai pilotare un aereo.&lt;br /&gt;No, non ha senso.&lt;br /&gt;Nemmeno quando l’odio ed il desiderio di vendetta ti lacerano a tal punto le viscere da farti desiderare di spargerle tu stesso pur di strappare le sue al nemico.&lt;br /&gt;Nemmeno quando un fanatico con la barba lunga, assurto al rango di interprete della verità, ti promette che ad aspettarti ci saranno settanta vergini.&lt;br /&gt;No, non era quello il modo.&lt;br /&gt;L’unico modo che il debole ha di distruggere il forte, è diventargli amico. Farsi accogliere in casa sua, conoscerlo, capirlo. Essere messo a parte dei suoi segreti più intimi, delle sue pene, delle sue debolezze. Conquistare la sua fiducia, divenire il suo punto d’appoggio, la sua ancora, il suo consigliere, la sua guida. Solo così le barriere si abbasseranno, le armi si spunteranno, la diffidenza verrà meno: e allora potrà scegliere la via più efficace alla sua distruzione.&lt;br /&gt;Tutto questo, per Mohamed era divenuto chiaro d’improvviso, folgorante come il lampo di quell’esplosione, verità che si svela come un tappeto che, dal rovescio, viene rivoltato al diritto, mostrando d’un tratto tutta la bellezza ed il significato di quell’intrigo di nodi e trame che prima non erano che frustrante confusione.&lt;br /&gt;Aveva poco più di quindici anni Mohamed, quando suo fratello si era immolato nelle vie di Baghdad, e molti ancora gliene sarebbero occorsi per studiare e capire a fondo le trame di quel tappeto, penetrarne ogni singola sfumatura.&lt;br /&gt;Ma gli era occorso meno di un secondo per capire cosa andava fatto, per decidere cosa avrebbe fatto della propria vita.&lt;br /&gt;Quando quel secondo era trascorso, Mohamed si era ritrovato in piedi su quel che rimaneva del furgone che suo fratello aveva guidato verso il drappello di soldati americani prima di farsi saltare in aria.&lt;br /&gt;Incurante dei soldati che avrebbero potuto sparargli, disarmato, si era inginocchiato, l’indice puntato verso il cielo come aveva visto fare al Grande Osama - e come, avrebbe scoperto tempo dopo, il grande Leonardo aveva più volte dipinto – e si era rivolto alla folla urlante e minacciosa, raccoltasi intorno ai militari impauriti, apostrofandola con la sua voce ancora di ragazzo, ma con parole che avevano catturato i presenti, ipnotizzandoli quasi, come un incantatore il serpente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era suo fratello, aveva detto loro.&lt;br /&gt;Era tutta la sua famiglia, era tutta la sua vita.&lt;br /&gt;Una vita che gli apparteneva, come la sua a lui, e che ora non c’era più.&lt;br /&gt;Perché suo fratello aveva deciso di sacrificarla.&lt;br /&gt;Lui aveva creduto di capire il perché di quel sacrificio. Ma ora che quel sacrificio era compiuto, ora finalmente davvero sapeva.&lt;br /&gt;Dio gli aveva parlato.&lt;br /&gt;Dio, in quel lampo che gli aveva portato via quanto di caro gli era rimasto al mondo, si era rivolto a lui.&lt;br /&gt;Dio gli aveva detto che quel sacrificio doveva essere l’ultimo. Che su quel luogo sarebbe sorto il nuovo tempio. Che la Guerra Santa è cosa giusta, se viene combattuta dai Santi: e i Santi non distruggono la vita. I Santi, i veri Santi, amano la vita ed amano il loro nemico. I veri Santi possono rendere Santo chi Santo non è. E chi afferma il contrario lo fa solo perché non ha abbastanza coraggio per essere Santo.&lt;br /&gt;Lui voleva essere Santo. Lui sarebbe andato in mezzo al nemico e avrebbe reso quel nemico Santo. Avrebbe mangiato con lui, con lui avrebbe lavorato, riso, pianto, pregato. E se il nemico non l’avesse accettato, allora lui sarebbe morto Santo. Ma senza distruggere la propria vita, piuttosto donandola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’ascoltarlo, all’inizio la folla aveva rumoreggiato, riso, l’aveva insultato.&lt;br /&gt;All’inizio.&lt;br /&gt;Poi, però, nell’udire quel ragazzo che continuava a parlare loro con fermezza, incurante delle risa e degli insulti, sereno come l’alba ma solido come la roccia, lentamente, con vergogna, quella folla aveva smesso di parlare, di ridere, di insultare.&lt;br /&gt;Aveva cominciato ad ascoltare: ed aveva cominciato a piangere.&lt;br /&gt;Tutti, dai guerrieri ai bambini si erano inginocchiati ed avevano pianto, innamorati delle parole del ragazzo. E con loro i soldati del nemico, che pur non capivano il significato di quelle parole, ma che ne percepivano la potenza.&lt;br /&gt;Quel giorno Mohamed era nato.&lt;br /&gt;Quel giorno, nel volgere di un istante, la sua vita era cambiata, la sua fede era cambiata e con essa il suo destino.&lt;br /&gt;Quel giorno, era iniziato il suo personale inferno sulla terra.&lt;br /&gt;Sospinta dalle ali dell’informazione globale, la sua storia, ghiotta come per le iene una carogna, era rimbalzata sulle antenne di mezzo mondo, entrando nelle case della gente comune, sorprendendo, affascinando, commuovendo, fino a far diventare quel piccolo ragazzo con l’indice alzato una sorta di novello piccolo Budda: amato dalle folle, conteso dai network, invidiato dai politici.&lt;br /&gt;La sua natura schiva e la sua naturale inclinazione alla solitudine, avevano reso facile per Mohamed interpretare il ruolo del Santo umile ed appartato, che vive la sua scelta con convinzione e senza clamore, restio ad apparire in pubblico, profondo nella sua laconicità, irresistibile nel fascino che esercitava sulle masse. Non aveva dovuto far altro che seguire il suo istinto.&lt;br /&gt;Quel che invece era stato dolorosamente difficile, era stato fondersi con il nemico.&lt;br /&gt;Dopo il suo ineluttabile ingresso nella terra del nemico, Mohamed, benché accompagnato della sua storia, che l’aveva fatto accogliere a braccia spalancate, si era ritrovato solo, come mai in vita sua avrebbe immaginato si potesse essere. Circondato e pregno fino al midollo di tutto ciò che da sempre aveva odiato e combattuto, egli quel nemico aveva dovuto imparare a conoscerlo, a capirlo, a viverlo e, soprattutto, a fingere di amarlo, come se già non fosse abbastanza ripugnante mangiarne il cibo, vestirne gli abiti, impararne la lingua.&lt;br /&gt;Ma quello che più di ogni altra cosa aveva reso difficile e doloroso a Mohamed perseverare nella sua scelta, era il dover sopportare, contraltare del suo presunto innamoramento per il nemico, l’odio della sua gente.&lt;br /&gt;Quante volte, durante i molti incontri che in seguito avrebbe avuto nel suo periodo da diplomatico, aveva dovuto soffrire l’odio ed il disprezzo con cui i suoi fratelli lo guardavano, un disprezzo che andava ben oltre quello riservato al vero nemico, un disprezzo dedicato esclusivamente a lui, che di quel nemico era ben peggiore perché, a differenza di esso, era nato uguale a loro e liberamente aveva tradito.&lt;br /&gt;Ci erano voluti tutto il suo coraggio e la sua determinazione per resistere alla tentazione di dichiararsi loro, di metterli a parte del suo progetto, riconquistare la loro fiducia, avere il loro sostegno e finalmente non essere più solo.&lt;br /&gt;Quante volte, prima e dopo quegli incontri, era stato sul punto di farlo, di cedere.&lt;br /&gt;Ma aveva resistito.&lt;br /&gt;Col tempo, la sofferenza che la sua scelta aveva comportato era divenuta forgia della sua forza.&lt;br /&gt;Lucido nel suo obiettivo, metodico nell’ apprendere, paziente nell’attesa del momento in cui il sacrificio avrebbe prodotto i suoi frutti, Mohamed aveva accresciuto, un giorno dopo l’altro, la sua conoscenza del nemico e del suo mondo, fino a quando, cinque anni dopo quell’istante fatale, egli aveva finalmente intuito, nell’intreccio del tappeto, quale, di quel mondo, era la strada che l’avrebbe guidato al suo scopo.&lt;br /&gt;Avrebbe fatto quello per cui in realtà sapeva di essere nato. Sarebbe stato un soldato.&lt;br /&gt;Un mese dopo, iniziava la sua impossibile missione nell’esercito più grande e potente del mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era stato un percorso lungo cinquant’anni e non aveva mai immaginato che sarebbe stato così duro.&lt;br /&gt;Aveva dovuto lavorare sodo, senza risparmiarsi, studiando, ubbidendo, addestrandosi senza sosta, per scalare, uno dopo l’altro, i gradini di una gerarchia la cui rigidità non aveva eguali in altre organizzazioni al mondo.&lt;br /&gt;Quando il fascino e le lusinghe di quel mondo lo avevano tentato al punto da far vacillare la sua determinazione, aveva sofferto e si era lacerato nell’animo.&lt;br /&gt;Aveva viaggiato senza sosta, apolide, accettando gli incarichi più infami e le destinazioni più ignobili con la stessa gioia con cui altri anelavano alle grandi capitali.&lt;br /&gt;Aveva ubbidito, adulato, mentito, tradito, finanche ucciso, benché mai direttamente: ma, in fondo, lasciar morire qualcuno non è diverso dall’ucciderlo volontariamente.&lt;br /&gt;Si era umiliato, venduto, prostituito, dichiarando ogni giorno fede ed amore in ciò che non avrebbe potuto odiare di più, benché quell’umiliazione fosse nota a lui solo, laddove gli altri scorgevano piuttosto impegno, coraggio e dedizione.&lt;br /&gt;Si era disperato, quando la lontananza della meta e la solitudine del cammino gli avevano fatto dubitare di riuscire anche solo ad avvicinarvisi, schiacciato sotto il peso di un fardello che non poteva né avrebbe potuto mai condividere con qualcuno.&lt;br /&gt;Alla fine però, il dolore, le ferite, i segni che quel fardello gli aveva inflitto erano valsi il sacrificio di una vita intera.&lt;br /&gt;Perché ora, finalmente, il suo cammino era finito, il sacrificio ripagato, la meta raggiunta. La meta, ovvero l’immagine che poteva ammirare nello specchio di fronte a sé.&lt;br /&gt;Ora, finalmente, la sua vendetta poteva cominciare.&lt;br /&gt;Ora, finalmente, aveva il potere di guidare le masse e mostrare al mondo dove si annida realmente il male.&lt;br /&gt;Ora, finalmente, la distruzione del suo nemico poteva avere inizio.&lt;br /&gt;Nessuno, oltre lui, avrebbe mai saputo, nessuno avrebbe mai capito.&lt;br /&gt;Nessuno tranne Allah.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con calma, gustando in bocca il sapore della vittoria, si alzò dalla poltrona poi, dopo aver aggiustato la rossa mantella che gli avvolgeva le spalle, lentamente si diresse verso la finestra dello studio. L’applauso, che la folla aveva trattenuto per giorni durante l’attesa per l’elezione, esplose con il fragore di una valanga quando la sua figura immacolata apparve nella cornice della finestra.&lt;br /&gt;A memoria d’uomo, Piazza S. Pietro non era mai stata così gremita come quel giorno.&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/31025449-115315430124854503?l=piro-piro.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://piro-piro.blogspot.com/feeds/115315430124854503/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=31025449&amp;postID=115315430124854503&amp;isPopup=true' title='2 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/31025449/posts/default/115315430124854503'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/31025449/posts/default/115315430124854503'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://piro-piro.blogspot.com/2006/07/il-nemico-1-02-2006.html' title='Il Nemico (1-02-2006)'/><author><name>PIRO</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10584666038609925375</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='24' height='32' src='http://photos1.blogger.com/blogger/2078/3340/1600/Io%20Riflette.jpg'/></author><thr:total>2</thr:total></entry></feed>
